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TERREMOTO/ Cento miliardi per mettere in sicurezza gli edifici di tutto il paese

I costi per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo dai terremoti dipendono dal livello di copertura del rischio che si ritiene accettabile. Sulla base di questa assunzione, prendendo a riferimento tutto il patrimonio abitativo del Paese e utilizzando come parametro di intensità sismica l’impatto del terremoto de L’Aquila, si può stimare in non meno di 100 miliardi di euro il costo da affrontare per l’attuazione degli interventi di messa in sicurezza, in funzione della distribuzione per età degli edifici e delle loro condizioni strutturali in Italia. È la stima contenuta nella ‘Proposta per la definizione di un piano di prevenzione del rischio sismicò presentata dalla Rete delle professioni tecniche (Rpt) alla presidenza del Consiglio dei ministri. La Rete è composta da: Consiglio nazionale architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori; Consiglio nazionale chimici; Consiglio dell’ordine nazionale dei dottori agronomi e dottori forestali; Consiglio nazionale geometri e geometri laureati; Consiglio nazionale geologi; Consiglio nazionale ingegneri; Collegio nazionale periti agrari e periti agrari laureati; Consiglio nazionale periti industriali e periti industriali laureati; Consiglio dell’ordine nazionale tecnologi alimentari. Secondo il documento, con la spesa di circa 100 miliardi si potrebbe intervenire «su circa 12 milioni di immobili che dovrebbero essere destinatari di opere di risanamento e messa in sicurezza statica, con un coinvolgimento di una popolazione pari a circa 23 milioni di cittadini». «Appare, in ogni caso, necessario – si avverte – mettere in campo risorse pubbliche e premialità nell’arco dei prossimi 20 anni che possano spingere realmente i privati ad adeguare i fabbricati residenziali e non residenziali, così come è stato già fatto, con successo, per le ristrutturazioni e l’adeguamento energetico». La proposta della Rete punta a fornire «alcuni indirizzi operativi e metodologici per la definizione di un Piano di prevenzione dal rischio sismico». «L’attuazione del processo di prevenzione in fasi successive è funzionale -spiega una nota- a un’opportuna modulazione delle risorse, oltre che ad essere ‘armonizzabilè con i diversi livelli di rischio che interessano aree e tipologie di edifici». «Diviene, inoltre, prioritario che l’elaborazione e l’esecuzione di un Piano di prevenzione del rischio sismico vengano affidati a un’apposita struttura di missione, dotata di poteri straordinari, istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri». Secondo i professionisti, «il Piano di prevenzione del rischio sismico dovrebbe contemplare tre azioni essenziali, la prima di breve periodo per fare fronte all’attuale carenza di informazioni-chiave e le altre due di medio periodo, per un intervento organico e mirato sugli edifici». Per la Rpt, «dovrà essere emanato un apposito provvedimento legislativo con cui individuare i principi generali con cui realizzare (attraverso uno o più decreti legislativi da emanare entro e non oltre 180 giorni dall’approvazione del decreto legge) le attività di monitoraggio del livello di vulnerabilità di ciascun edificio rientrante nel patrimonio edilizio». E ancora: «L’elaborazione, per ciascun edificio, pubblico e privato di un Fascicolo del fabbricato, entro 24 mesi dalla emanazione di uno specifico decreto legislativo attuativo, che integri i dati già acquisiti e che preveda un documento approfondito e nello stesso tempo di chiara lettura che, partendo dal livello e dagli elementi di vulnerabilità rilevati, permetta, anche e soprattutto, di definire con esattezza le modalità di risanamento necessarie per mitigare il rischio». Per i professionisti, «contemporaneamente alla predisposizione del ‘Fascicolo del fabbricatò, si ritiene utile introdurre con apposito decreto legislativo attuativo una certificazione sismica obbligatoria a cura di un tecnico abilitato, da attuarsi inizialmente nelle compravendite e negli affitti e a corredo delle nuove costruzioni e, successivamente, da estendere a tutti gli immobili, pubblici e privati, entro tempi certi (a titolo esemplificativo entro 48 mesi dall’entrata in vigore delle nuova normativa), partendo dalle zone con priorità sismica». La Rpt ritiene che gli interventi previsti dal Piano di prevenzione debbano essere resi obbligatori come già accade per gran parte della normativa in materia di sicurezza (ad esempio, sicurezza sui luoghi di lavoro, prevenzione anti-incendio). L’adozione di misure obbligatorie potrà essere distribuita nel tempo, utilizzando la classificazione sismica. L’obbligatorietà, spiegano i professionisti, «dovrà essere accompagnata da una compartecipazione dello Stato alla spesa per la messa in sicurezza degli edifici, attraverso un sistema di contributi pari almeno al 60% della spesa complessiva sostenuta, o comunque attraverso forti incentivi e sgravi fiscali, così come previsto nel settore energetico». La Rpt ritiene, inoltre, opportuno che le spese stanziate dallo Stato per gli investimenti legati al Piano di prevenzione del rischio sismico debbano essere escluse dal ‘Patto di stabilità’, «evitando così il paradosso che venga limitata la capacità di spesa degli enti locali nel caso essi abbiano le risorse per poter intervenire». E infine la Rpt propone che il ‘Fascicolo del fabbricatò possa non avere una forma predefinita. «Viceversa, si ritiene più opportuno elaborare, con il supporto delle professioni tecniche, nonché di altri organismi a ciò preposti (dipartimento Protezione civile nazionale, Mit, Uni), delle linee guida -concludono i professionisti- per il Fascicolo del fabbricato, lasciando ai tecnici incaricati la possibilità di redigere o implementare il documento, tenendo conto delle singole situazioni affrontate».

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