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USA 2016/ Il dietrofront di Trump, “Obama nato in Usa”

untitled «Il presidente degli Usa Barack Obama è nato negli Usa, punto»: dopo aver guidato per anni la campagna che metteva in dubbio la nascita americana del primo presidente nero degli Stati Uniti, Donald Trump mette fine alla controversia, senza scuse nè spiegazioni, nel tentativo disperato di salvare la faccia con l’elettorato afroamericano, che però reagisce negativamente, parlando di «una frode disgustosa». Nello stesso tempo scarica sulla sua rivale democratica la responsabilità di averla iniziata: «Hillary Clinton nella sua campagna del 2008 iniziò la controversia. Io vi ho posto fine», ha dichiarato il tycoon, che durante le primarie aveva cercato di delegittimare anche i suoi rivali repubblicani Ted Cruz e Marco Rubio sollevando dubbi sulla loro origine a stelle e strisce. In serata gli è arrivata una bordata anche dalla first lady Michelle, accolta da cori entusiastici («altri quattro anni!») quando è apparsa a Fairfax, Virginia, per la sua prima campagna da sola a favore della Clinton: mio marito ha risposto «volando alto quando altri hanno volato basso», ha detto dopo essersi dichiarata «ispirata» da questa campagna e aver invitato a stringersi intorno a Hillary perchè «fare il presidente non è un realty-skow». In passato Trump aveva già accusato il team della Clinton di essere la fonte delle illazioni sul luogo di nascita di Obama, sfruttando la divulgazione di un memo del 2007 di un consigliere di Hillary che sottolineava la «carenza di radici americane» dell’attuale presidente. Ma non c’è alcun documento ufficiale della Clinton o della sua campagna sul tentativo di mettere in discussione le origini americane di Obama. Il magnate tenta quindi di confondere le acque e di dividere le colpe di quello che nel tempo era diventato un vero e proprio movimento, quello dei «birthers», secondo cui Obama sarebbe nato in Kenya e non alle Hawaii. Tanto da costringere il presidente a mostrare, nel 2011, il suo certificato di nascita. Ma Trump non si diede per vinto e l’anno successivo, quando Obama si ricandidò, rilanciò l’accusa via twitter, sostenendo di aver saputo da una fonte estremamente credibile che si trattava di un falso. Da allora non ha mai cambiato posizione e sino a ieri sera, in una intervista al Wp, si era rifiutato di riconoscere la nascita americana del presidente, nonostante da alcuni giorni il suo staff continuasse a garantire che aveva cambiato idea. Lo ha ammesso per la prima volta solo oggi, dopo aver promesso poche ore prima un «grande annuncio» sul tema, dando l’impressione che fosse l’obiettivo dell’evento al suo nuovo hotel a cinque stelle a due passi dalla Casa Bianca. Invece per 20 minuti non ha detto nulla, preferendo ricevere prima gli endorsement dei veterani. Poi ha liquidato la questione con una breve dichiarazione, respingendo le domande dei giornalisti e ammettendo al tour dell’albergo solo le telecamere ma il pool tv ha votato per boicottarlo. Hillary Clinton, anche lei a Washington, l’ha attaccato prima e dopo il dietrofront. Prima lo ha accusato di aver basato per cinque anni la sua campagna su «questa bugia oltraggiosa» che «non si può cancellare», di aver «alimentato i peggiori istinti, l’intolleranza e i pregiudizi latenti in questo Paese», sostenendo che il suo rivale «deve le scuse al presidente e al popolo americano» Poi ha reagito con una serie di twitter sottolineando che «per una volta nella vita ha riconosciuto i suoi errori» ma che «non può rimangiarsi dopo anni una teoria cospirativa razzista volta a delegittimare il primo presidente afroamericano». La Casa Bianca non ha fatto grandi commenti, a parte il fatto che «quando il presidente diffuse il suo certificato di nascita cinque anni fa la gente potesse voltare pagina». Quanto alle scuse, non ancora pervenute, il portavoce Josh Earnest ha confidato: «Non credo che al presidente interessi granchè». Lo stesso Obama è stato ironico e nello stesso tempo seccato: «Io sono piuttosto sicuro di dove sono nato. La mia speranza è che questa campagna elettorale rifletta su questioni più serie…». Intanto Bernie Sanders avverte: «Trump può vincere». E invita i suoi a non votare candidati minori per non disperdere il voto rischiando di far perdere la Clinton. Idem l’ex vice presidente di Bill Clinton Al Gore, che nel 2000 perse le elezioni contro George W. Bush per colpa dei voti al terzo contendente, Ralph Nader.

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