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FINE DELLA TREGUA IN SIRIA.RAID SU CONVOGLIO UMANITARIO

Un attacco ad un convoglio umanitario con 12 operatori uccisi ha messo una pietra tombale sulla tregua in Siria, che già durante la giornata sembrava avere le ore contate. Damasco aveva annunciato la «fine del regime di calma» e Mosca, suo alleato, aveva sostenuto la scelta del governo siriano, affermando che se i ribelli non rispettano il cessate il fuoco non ha senso che il governo lo rispetti unilateralmente. Le opposizioni in esilio avevano già detto nel pomeriggio che la «tregua era clinicamente morta». Poche ore dopo, sono ripresi i raid nella provincia di Aleppo, nella parte della città controllata dagli insorti e dove rimangono circa 300mila civili. E i bombardamenti hanno centrato il convoglio, come ha confermato l’Onu, proprio mentre gli operatori stavano scaricando gli aiuti. A Ginevra è ancora previsto un incontro tra rappresentanti militari russi e americani, a margine dell’assemblea generale dell’Onu a New York e il il segretario di Stato americano John Kerry, prima che arrivasse la notizia dei 12 operatori umanitari uccisi, aveva detto di avere ancora qualche speranza che la tregua potesse reggere. La diplomazia, dopo l’annuncio di Damasco, si era subito messa in moto. Il Dipartimento di Stato aveva ricordato che l’accordo è stato sottoscritto da Mosca e Washington, assicurando che gli americani sono pronti a lavorare con i russi per estendere la tregua e l’invio di aiuti umanitari. Sulla stessa lunghezza d’onda si era posto anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura, affermando che solo Russia e Stati Uniti possono dichiarare terminata la tregua. Stasera alle 19 (le 18 in Italia) scadeva la prima settimana della sospensione delle ostilità. E da domani Mosca e Washington avrebbero dovuto cominciare a bombardare in maniera congiunta posizioni dei «terroristi», i ribelli anti-Damasco giudicati da Stati Uniti e Russia non degni di partecipare a un eventuale negoziato politico. Dopo gli ultimi sviluppi è assai improbabile che il meccanismo di coordinamento possa mai partire. Da Londra oggi era arrivata la notizia che anche aerei della Raf avevano partecipato – assieme a jet australiani – ai raid aerei della Coalizione anti-Isis, guidata dagli Usa, contro postazioni del regime siriano nell’est del Paese. Damasco e Mosca avevano denunciato l’uccisione di 62 militari governativi. Washington aveva chiesto scusa, affermando che si era trattato di un errore. L’incidente aveva contribuito ad assottigliare la fiducia tra le parti. Oggi il presidente siriano Bashar al Assad ha esplicitamente detto – citato dalla tv di Stato – che l’attacco Usa è stato compiuto appositamente per sostenere l’Isis. Sin dall’inizio della tregua, opposizioni e regime si erano scambiate accuse reciproche di violare il cessate il fuoco. Le accuse sono culminate oggi in due comunicati speculari: prima Damasco ha detto che «i gruppi armati terroristi» hanno commesso «più di 300 violazioni». Le opposizioni e gli attivisti hanno poco dopo affermato che il regime ha violato per ben «254 volte» la tregua, uccidendo 92 persone tra cui decine di civili (29 minori e 17 donne). Stamani la Mezzaluna rossa siriana (Sarc), ente controllato dal governo, aveva distribuito aiuti dell’Onu a un sobborgo di Damasco assediato da tre anni dai lealisti e che si è arreso nelle scorse settimane. Ma sui social network attivisti e medici hanno denunciato l’Onu e la Sarc perché negli scatoloni giunti a destinazione gli alimenti sono avariati, altri sono stati saccheggiati e resi inservibili ai posti di blocco militari.

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