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Libia, italiani rapiti la pista dei predoni «Tolta la scorta pochi giorni fa»

Probabilmente doveva essere un sequestro lampo. Simile a molti altri avvenuti nella zona. E così ora per Bruno Cacace e Danilo Calonego, i due tecnici della società di costruzioni Con.I.Cos rapiti con un collega canadese, da uomini armati a Ghat, nel sud-ovest della Libia, aumentano le preoccupazioni. Il blitz è avvenuto due giorni fa, ma la conferma da parte della Farnesina si è avuta in serata. Forse perché si sperava di chiudere la questione in tempi più rapidi, visto che gli italiani vantano in quella zona una grande collaborazione da parte delle autorità locali. A cominciare dal sindaco Komani Mohamed Saleh che ha già predisposto dei controlli sul territorio molto serrati, e mantiene continui rapporti con l’Italia. Il rischio è che, con il passare delle ore, una eventuale trattativa possa complicarsi. Va scongiurata la possibilità che gli ostaggi vengano ceduti ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni politiche contro la presenza dei nostri corpi speciali in Libia.

Del resto, nella zona di Ghat, pur non essendoci una situazione simile a quella di Sabratha dove vennero rapiti i quattro tecnici della società Bonatti, la guerra tra bande e la fuga dai combattimenti di Sirte di affiliati del Califfo nero, rendono necessario un intervento rapido e concordato anche con l’Intelligence locale. Il sospetto degli 007 è che qualcuno possa avere venduto i nostri connazionali, proprio approfittando del fatto che non avevano la scorta. Forse una talpa interna alla società dove lavorano. Lo stesso pensiero avevano avuto i magistrati italiani dopo i sequestri dei dipendenti della Bonatti. Anche in quel caso il gruppo viaggiava senza scorta. Nel caso degli esperti della Con.I.Cos., poi, il sospetto si fa ancora più forte se si pensa che, stando ai racconti di alcuni colleghi, fino a due giorni fa, Calonego e Cacace si muovevano protetti. Chi poteva sapere che ora erano accompagnati soltanto dall’autista? Per conoscere i particolari sull’aggressione, il pm romano Sergio Colaiocco vorrebbe chiedere alla Libia di poter sentire la loro guida che è stata trovata nella zona senza macchina e con i polsi legati.

I due rapiti italiani sono dei veterani di quei luoghi, il primo praticamente risiede lì da 15 anni, vive con una donna marocchina ed è diventato musulmano. Un particolare che lo ha salvato da un precedente tentativo di rapimento già nel 2014. Anche se la loro presenza non era stata comunicata alla Farnesina. Tanto che ieri il capo dell’Unità di crisi, Claudio Taffuri, ha chiarito: «Quando una società italiana opera in Libia la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi è un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi di sicurezza». Anche quando Pollicardo e Calcagno, i due rapiti della Bonatti, avevano fatto rientro in Italia, si erano scatenate le polemiche. Ed era stato proprio il presidente del Con.I.Cos. Giorgio Vinai a replicare al premier che chiedeva alle aziende italiane di fare rientrare i lavoratori. «Tornerò presto, per tutelare i miei interessi – aveva detto – L’Italia lascia sole le piccole e medie imprese rivolgendo tutti gli sforzi a tutela degli interessi dei colossi».
Intanto il Copasir ha convocato per il 4 ottobre il direttore dell’Aise Alberto Manenti, visto che, dopo il caso Bonatti, molti degli uomini che seguono da vicino il Paese africano sono stati sostituiti. E un team del servizio segreto estero, guidato da un vicedirettore, è partito per Ghat. Le operazioni sono seguite dal premier Matteo Renzi e dal sottosegretario con delega al terrorismo, Marco Minniti. «Su queste cose lavoro, silenzio e prudenza», ha dichiarato Renzi.

Sono molte le preoccupazioni di queste ore. Le autorità locali fanno sapere che i rapitori sono personaggi già noti perché hanno commesso rapine e imboscate contro auto. L’area è dominata dall’etnia tuareg. Nella zona del sud-ovest della Libia al confine con l’Algeria, così come in tutta l’area del Paese confinante a sud con Niger e Ciad, è molto forte la presenza di predoni e di gruppi armati. Uno di questi, al-Murabitun, è guidato dal famoso criminale Mokhtar Belmokhtar e ha legami con Al Qaeda. Ma qui, negli ultimi mesi, hanno anche riparato molti miliziani legati a Isis, in fuga da Sirte e da altre zone del nord della Libia.

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