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La Consulta sull’assistenza ai disabili, i permessi della legge 104 estesi anche ai conviventi

Una sentenza di civiltà da parte della Consulta: anche il convivente di persona disabile per occuparsi dell’ assistenza in favore del partner malato o invalido, può usufruire – al pari dei coniugi e dei parenti fino al secondo grado – dei tre giorni di permesso mensile retribuito e coperto da contribuzione figurativa previsti dalla legge 104 del 1992. Lo afferma la sentenza 213 depositata venerdì 23 settembre – camera di consiglio del cinque luglio – che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge 104 del 1992, e successive modifiche del 2010, nella parte in cui «non include il convivente» tra i «soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado». I giudici della Consulta hanno ritenuto fondate le questioni sollevate dal giudice del lavoro di Livorno che aveva in mano una causa avviata da una dipendente dell’Asl, il cui compagno è affetto da morbo di Parkinson. «È irragionevole – si legge nella sentenza – che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità». L’articolo 3 della Costituzione, osservano i giudici «va qui invocato non per la sua portata eguagliatrice, restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente, ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile. E ciò in particolare, ma non solo, nei casi in cui la convivenza si fondi su una relazione affettiva, tipica del “rapporto familiare”, nell’ambito della platea dei valori solidaristici postulati dalle “aggregazioni” cui fa riferimento l’articolo 2 della Costituzione».I giudici spiegano che il verdetto non intende equiparare coniugi e conviventi, ma ha l’obiettivo di tutelare la salute psicofisica del soggetto con handicap in situazione di gravità assicurandogli la vicinanza della persona con la quale ha «una relazione affettiva». La Corte infatti ricorda di aver «più volte affermato» che la «distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell’una e dell’altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’articolo 3 della Costituzione. In questo caso, l’elemento unificante tra le due situazioni è dato proprio dall’esigenza di tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave, nella sua accezione più ampia, collocabile tra i diritti inviolabili dell’uomo». Ove così non fosse, aggiunge la Consulta, «il diritto, costituzionalmente presidiato, del portatore di handicap di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunità di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato `normativo´ rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio». La norma in questione, conclude la sentenza, «nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, viola quindi gli invocati parametri costituzionali, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione»

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