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Spagna, Psoe spaccato: Sanchez va avanti e annuncia le primarie

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Chi comanda nel Psoe? Neppure a questa domanda è possibile dare una risposta certa da quando la maggioranza dei membri dell’esecutivo socialista hanno presentato le dimissioni esautorando di fatto il segretario Pedro Sánchez.

Tra i socialisti spagnoli è guerra aperta e l’ampio fronte dei critici, capitanati dalla governatrice andalusa Susana Díaz, reclama la costituzione di un comitato di gestione che traghetti il partito verso un congresso straordinario. Nel frattempo, in un clima di caos senza precedenti, un volto finora quasi sconosciuto ha reclamato, alla porta della sede nazionale del partito, il ruolo di “unica autorità” (provvisoria) del Psoe: Veronica Pérez, segretaria dei socialisti di Siviglia vicinissima a Susana Díaz, è la presidente del comitato federale, il parlamentino socialista, a cui spetta un ruolo chiave nelle fasi di transizione.

Invano Pérez ha chiesto la convocazione della commissione di “etica e garanzie”, che dovrebbe aiutare a dirimere la controversia nominando un comitato di gestione super partes che organizzi il prossimo congresso straordinario da cui dovrà uscire il nome del prossimo segretario del partito.

Sánchez e i suoi negano qualsiasi legittimità a Pérez e hanno riunito in mattinata quel che resta dell’esecutivo socialista (un organismo che secondo i critici non avrebbe più alcun potere, presieduto da un leader ormai esautorato). Risultato del vertice: la decisione di proporre al comitato federale che si riunirà sabato prossimo la convocazione di elezioni primarie per il 23 ottobre e il congresso straordinario del partito il 12 e 13 novembre.

Ma lo scontro di legittimità va avanti – tra interpretazioni opposte degli articoli dello statuto – con la prospettiva drammatica che la battaglia per il controllo del partito possa finire in tribunale.

La crisi all’interno del Psoe era latente da mesi, aggravata dalle due successive sconfitte alle elezioni politiche del 20 dicembre e del 26 giugno scorso, e inaspritasi sull’atteggiamento tattico da tenere nella prolungata situazione di stallo della politica nazionale, con un paese senza governo ormai quasi da un anno. Sánchez, con un’interpretazione probabilmente forzata delle posizioni in campo, sostiene di essere il più genuino rappresentante dell’ala sinistra, disposto a fare tutti i passi necessari per dare vita a un governo di “cambiamento”, con Podemos come socio privilegiato, ma non è chiaro se aperto anche ai nazionalisti e indipendentisti baschi e catalani.

Dall’altra parte, nella lettura del segretario “dimezzato”, ci sarebbe un’ampia fazione del partito intenzionata a riconsegnare la Spagna nelle mani dei conservatori di Mariano Rajoy attraverso un’astensione nella sessione parlamentare di investitura. In realtà, il “no” all’attuale premier del Pp è stato espresso nettamente e più volte dal comitato federale socialista e confermato dalla stessa leader dei ribelli, Susana Díaz, che nelle prossime ore potrebbe sciogliere la riserva sull’intenzione di presentare la propria candidatura alla segreteria generale sfidando apertamente Pedro Sánchez, convinto di poter contare sul sostegno della maggioranza dei 190mila iscritti al partito.

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