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DAY AFTER/ San Camillo, ispettori, indagine interna. Non può cambiare nulla

sancamilloDay after al San Camillo. Il figlio del malato terminale morto in barella al Pronto Soccorso ha fatto la sua pubblica denuncia ed è poi rientrato nel suo dolore, lo sfogo veicolato sui mass media ha provocato reazioni allarmate, indignate, ha conquistato le prime pagine dei giornali e le aperture dei Tg, la Lorenzin è caduta dalle nuvole e ha inviato gli ispettori. Ma la routine dell’ospedale romano non cambia. In queste condizioni non può cambiare nulla. Attivata una indagine interna dal direttore generale del San Camillo sul caso dell’uomo, malato terminale, morto di cancro al pronto soccorso del nosocomio romano. Una commissione interna, composta da quattro medici, dovrà riferire entro l’11 ottobre. «Il Direttore generale dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini, Antonio D’Urso – viene spiegato in una nota – ha attivato una indagine di natura conoscitiva ed ispettiva su quanto accaduto in Pronto Soccorso dal 22 al 24 settembre scorso in relazione al decesso del paziente M.C. presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale. La Commissione interna, composta da quattro medici dell’azienda, ha il compito di ‘accertare le cause delle circostanze specificando le azioni messe in atto dall’equipe del Pronto Soccorso nella presa in carico del paziente, individuando ove rilevate eventuali specifiche responsabilità individualì; ‘la commissione dovrà individuare gli strumenti e le aree di miglioramento organizzativo al fine di prevenire il ripetersi di analoghi episodì. La Commissione interna dovrà’ riferire alla Direzione Generale aziendale entro martedì 11 ottobre.
«Siamo stupiti che il ministro Lorenzin abbia inviato gli ispettori solo nella struttura ospedaliera del San Camillo, che pure ha delle responsabilità, e non invece sul territorio, dal momento che proprio la medicina territoriale, a partire dall’assistenza domiciliare, è risultata del tutto assente». Così il coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, Tonino Aceti, commenta la decisione del ministro della Salute, a seguito del decesso di un uomo malato di cancro dopo oltre 50 ore di attesa al pronto soccorso del nosocomio romano. «Questo paziente – ha sottolineato Aceti in occasione della presentazione del monitoraggio sullo stato di salute dei pronto soccorsi italiani – non doveva morire lì e non doveva morire così. Ma la mira del ministro Lorenzin con l’invio di una task force di ispettori al pronto soccorso dell’ospedale non è stata una mira così precisa e probabilmente l’obiettivo doveva appunto essere l’assistenza territoriale». Infatti, ha sottolineato, «il punto è che un malato oncologico terminale in pronto soccorso non dovrebbe arrivarci proprio poiché dovrebbe essere preso in carico dall’assistenza domiciliare e dai servizi sul territorio. Il grande problema – ha concluso – è che c’è un’enorme inadeguatezza organizzativa e dei gestioni dei servizi». «È clamoroso, doloroso e inconcepibile che in Italia un malato terminale muoia in un Pronto soccorso quando dal 2010 esiste una legge, la n. 38, per le cure palliative e la terapia del dolore tra le più avanzate d’Europa». A dichiararlo è Livia Turco che da ministro della Sanità avvio le consultazioni sul provvedimento, approvato poi per iniziativa parlamentare, lei stessa correlatrice. «Il fatto sorprendente di questo ennesimo caso di mala sanità – dice Livia Turco – è che il figlio del paziente poi deceduto dica ‘nessuno mi ha detto dove portare mio padrè. Ciò significa che la legge non è applicata perché prevede infatti il diritto all’assistenza domiciliare e la terapia del dolore per il malato terminale così come l’accesso ad una rete di hospice». «La legge prevede anche che sia il medico di famiglia, oltre che i servizi territoriali, ad informare il malato ed i suoi familiari sulle varie possibilità di assistenza», prosegue. «Se, come nel caso del paziente morto al San Camillo, nessuno ha prospettato alla famiglia l’iter per l’assistenza domiciliare o il ricovero in hospice, significa – aggiunge Livia Turco – che la legge è disattesa o poco conosciuta anche tra gli addetti ai lavori». Secondo l’ex ministro della Sanità «non serve, dunque, indignarsi o inviare gli ispettori. È necessario invece informare e orientare perché il tema del morire con dignità è prioritario». «Sarebbe utile quindi – conclude – prevedere una campagna informativa sulla legge 38 e una giornata nazionale, magari il 14 marzo data dell’approvazione del provvedimento, per fare il punto sulla sua applicazione».

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