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Renzi modifica Italicum dopo referendum. Cuperlo: no prima o mi dimetto da deputato

Roma, direzione partito Pd, Matteo Renzi nella veste di segretario

Roma, direzione partito Pd, Matteo Renzi nella veste di segretario

«Non possiamo tenere fermo il Paese per tenere unito il partito, io so qual è la mia responsabilità, la riforma costituzionale non è un giocattolino per addetti ai lavori. Per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo». Renzi la mette così, e la minoranza Pd sorride ironica. Si arriva ad un voto al quale i dissidenti non partecipano. E’ il caos, il Pd è diviso come non lo era da tempo, le prospettive sono incerte, incertissime. Cuperlo guida la rivolta, pronto al no e alle dimnissioni da deputato, sopratutto dopo aver sentito la proposta del segretario, una proposta, dice. anche per «smontare qualsiasi alibi», ovvero quello di cominciare un attimo dopo il referendum, in Commissione alla Camera, una discussione nel merito sull’Italicum che preveda quattro possibili punti di cambiamento: sul ballottaggio, sul premio di lista o di coalizione, sul modo di eleggere i deputati, e sul modo di scegliere di senatori del nuovo Senato. Un’apertura articolata, per alcuni debole nel metodo e nei tempi, ma per la quale Renzi indica anche la squadra del partito che dovrebbe occuparsene. Sembra il gioco delle tre carte e la minoranza non ci sta.

Come se ne uscirà? Matteo Renzi ha affrontato una delle direzioni più difficili degli ultimi tempi, con lo spettro della scissione ormai più che latente, facendo un passo avanti, ma non rinunciando alle sue idee. Ha definito le polemiche ricevute, anche dal suo partito, «autoreferenziali». Ha giudicato «surreale» un dibattito sulla legge elettorale che ignora gli appuntamenti che l’Italia ha davanti a sè, rimarca che i tratti dell’Italicum «sono nella cornice culturale del nostro dibattito degli ultimi 25 anni». Non ha citato mai Bersani, nè Speranza, si è soffermato per un attimo sulla «girandola di interviste» che ha preceduto questa discussione, sul comportamento di coloro che dicono «no senza aspettare la domanda, che ci hanno chiesto un’apertura, l’hanno ottenuta, e poi ci hanno chiesto anche di chiedere scusa per aver posto la fiducia sulle norme elettorali: siamo alle allucinazioni. A questo punto chi vuole un compromesso deve anche rinunciare a qualche cosa, se no si cede al contrario del compromesso, al fanatismo, che è il contrario della democrazia».

E’ la ricerrca dello scontro, non della pace, ancorché armata. Renzi non ha rinunciato ai toni forti. «Ho deciso comunque di affrontare il tema del combinato disposto fra riforma e legge elettorale: se ci sono delle persone che hanno votato dal 3 alle 6 volte questa riforma, faranno i conti con la loro coerenza, sono liberi di farlo, io ho il dovere di affrontare il problema, che è considerato un punto dirimente, non condivido i tanti pericoli prospettati, ma penso che sia compito mio trovare un punto per accogliere le tante ragioni che vengono prospettate». E la proposta è diretta anche a prevenire un’incomprensione di fondo: «Se qualcuno immagina di poter utilizzare la legge elettorale sappia che noi vogliamo smontarli tutti questi alibi». Ed allora, ecco la proposta, «quello che noi siamo pronti a fare nell’arco delle prossime settimane. Io sono pronto a considerare il testo presentato da Vannino Chiti sull’elezione dei senatori. Secondo punto: possiamo anche discutere anche di ballottaggio, di premio di maggioranza, e del modo di eleggere i deputati, noi siamo pronti a fare una discussione, ma con tempi certi. Ovviamente non possiamo farlo durante il periodo elettorale, ma si può calendarizzare subito il 4 dicembre in commissione alla Camera, con una squadra, e andare a vedere le carte».

E Cuperlo: “Caro segretario hai dato un segnale che si è formato a metà strada, ma io voglio coglierlo, bisogna andare a vedere la sostanza, abbiamo investito molto sull’Italicum e questo punto dovremmo avere anche una proposta alternativa, insieme alla rivendicazione, pure legittima. Io credo che sia giusto tentare di verificare la tua proposta già nei prossimi giorni, non dopo il referendum. Io non ho ancora indossato una divisa, mentre due eserciti fuori da qui già si confrontano, e l’ho fatto perché credo che siamo di fronte a una scelta decisiva, che è quella di ricostruire un centrosinistra di governo. Penso, caro segretario, che tu abbia sbagliato prospettiva: se perdi il referendum hai paralizzato il Paese per nulla, se lo vinci lo fai a costo di spaccare la sinistra. Se un accordo non si troverà prima della data io voterò no al referendum e mi dimetterò da deputato». E Speranza: «Il punto non è accontentare la minoranza, non è capire se recuperiamo spazio sul referendum – dice l’esponente della minoranza dem – Il punto è capire che chi dice che questo meccanismo, Italicum e riforma costituzionale, cambia sostanzialmente la forma di governo pone un argomento vero. Se non si risolve questo combinato disposto si è di fronte a un cambio della forma di governo, sul piano sostanziale». «Io fino all’ultimo istante non mi voglio sottrarre a nessun tentativo. Si vuole fare un comitato? Si faccia. Ma diciamoci la verità: se vogliamo cambiare l’Italicum dobbiamo mettere in campo noi, qui, una iniziativa con la spinta del governo. La proposta che Renzi ha fatto oggi non è sufficiente, sconta ancora questa debolezza». Ce n’è abbastanza per lasciare Piazza del Nazareno con tanti interrogativi in tasca.

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