| categoria: Scienza

Un chip nel cervello restituisce il tatto

Per la prima volta al mondo un chip impiantato nel cervello ha restituito il senso del tatto ad un giovane tetraplegico. Questa interfaccia uomo-macchina, sviluppata negli Usa all’Università di Pittsburgh, agisce stimolando elettricamente i neuroni deputati all’elaborazione delle informazioni sensoriali provenienti dalle mani: in questo modo riesce a ricreare in maniera realistica la percezione degli stimoli pressori, anche attraverso l’ausilio di un braccio robotico direttamente collegato al cervello.

I risultati della sperimentazione, pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine, potrebbero contribuire in futuro alla realizzazione di protesi sempre più sofisticate e sensibili.

Un risultato analogo era stato ottenuto nel marzo scorso tra Svizzera e Italia, con una tecnica completamente diversa: una persona amputata era tornata a percepire il tatto grazie a un polpastrello artificiale collegato a elettrodi impiantati nel braccio. Il risultato era stato ottenuto grazie alla collaborazione tra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e il Politecnico di Losanna.

”Riesco a percepire quasi ogni dito, è una sensazione stranissima”, ha affermato ad un mese dall’intervento il giovane paziente Nathan Copeland, 28 anni, sulla sedia a rotelle da più di 10 anni per colpa di un incidente stradale che gli ha lesionato il midollo spinale. ”A volte sembra di sentire una scossa elettrica, a volte sento la pressione – ha aggiunto – ma per la maggior parte delle volte riesco a riconoscere ogni dito con precisione. Sembra proprio che le mie dita vengano toccate o spinte”.

I dati dimostrano infatti che, grazie a questa innovativa interfaccia uomo-macchina, il paziente ha percepito il 93% degli stimoli come ‘verosimilmente naturali’. Il senso del tatto si è conservato anche quando il cervello del paziente è stato collegato ad un braccio robotico: in questo caso ha riconosciuto correttamente l’84% degli stimoli applicati alle singole dita. Le sue sensazioni si sono mantenute stabili anche a sei mesi di distanza.

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