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Occhi puntati sul Tar, ministri in campo per il referendum

Occhi puntati sul Tar del Lazio che nei prossimi giorni, forse già domani, dovrebbe pronunciarsi sul ricorso proposto da M5S e da SI per contestare la formulazione del quesito referendario. In attesa della decisione oggi sono scesi in campo per difendere il Sì tre ministri di peso, come Dario Franceschini, Roberta Pinotti e Carlo Calenda. Le opposizioni sono invece insorte contro la manovra accusandola di essere elettorale proprio in vista del referendum del 4 dicembre. Oggi davanti al Tar i numerosi avvocati intervenuti hanno sollevato diverse eccezioni. Il Codacons, che ha anch’esso presentato un ricorso, ha chiesto di riunire in un’unica udienza, il 26 ottobre, tutti i ricorsi proposti, compreso quello depositato la scorsa settimana dal presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida. In più gli avvocati di M5S e SI hanno avanzato la possibilità che gli atti possano essere trasmessi alla Corte Costituzionale per verificare la legittimità della legge che regola l’iter del referendum. Il Tar, quindi, ha di fronte una decisione complessa che lascia spazio a molteplici strade. A scendere in campo a difesa del Sì sono stati oggi diversi ministri. Il titolare della Difesa Roberta Pinotti e il ministro della Cultura Dario Franceschini hanno sottolineato che non bisogna legare il referendum «alla sorte del governo». Franceschini ha anzi detto esplicitamente che a suo avviso l’esecutivo non dovrebbe dimettersi anche in caso di successo del no. Questo scenario però sarebbe dannoso per l’Italia perché, ha sostenuto Franceschini, la manterrebbe nel bicameralismo perfetto e in un sistema tripolare nessuno avrebbe la maggioranza sia alla Camera che al Senato: l’Italia sarebbe condannata alla «ingovernabilità», allontanando gli investitori. Pinotti ha a sua volta sottolineato che una vittoria del No «come al gioco dell’oca che si torna sempre al punto di partenza». Mentre Franceschini ha drammatizzato l’esito del referendum, paragonandolo a quello sulla Brexit, Calenda ha all’opposto sdrammatizzato: «se vince il No – ha detto – non credo ci sarà l’apocalisse economica. Non credo che la battaglia sul referendum vada messa in questo modo». Sul fronte opposto le opposizioni hanno tutte legato la legge di Bilancio, approvata sabato dal Consiglio dei ministri, al referendum. Le misure, è questa la tesi delle opposizioni, mirano a far vincere il Sì al referendum. Forti critiche in tal senso si sono levate da Renato Brunetta e Mariastella Gelmini di FI, da Nicola Fratoianni di SI, da Luigi Di Maio di M5S e Fabio Rampelli (FdI). Deborah Bergamini (FI) ha sostenuto che dopo il referendum il governo sarà costretto ad una manovra correttiva per l’assenza di coperture della legge di Bilancio. Beppe Grillo, sul suo blog, ha ribadito un concetto ripetuto diverse volte in questi giorni: «il No che noi diciamo è la più alta espressione della politica che si può avere oggi. Ci siamo ridotti così per aver detto sempre Sì» negli anni passati. E mentre Pierluigi Bersani fa capire che la sua componente interna al Pd è ormai orientata definitivamente a votare No, spuntano anche i dissidenti di FI che, al contrario intendono votare Sì il 4 dicembre: gli Azzurri di Pomigliano d’Arco (NA), guidati dal sindaco Lello Russo, hanno infatti invitato tutti a prendere questa posizione controcorrente nel proprio partito.

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