| categoria: editoriale

Di nuovo. Siamo in guerra ma non dobbiamo saperlo

Ci risiamo, di nuovo messi in mezzo dal governo in una guerra non dichiarata e che ci appartiene solo in quanto “Occidente”. La politica del vedo-non vedo-ci sono-non ci sono che non solo Renzi, ma anche altri premier italiani hanno messo in campo rischia di metterci nei guai, come sempre. Ma l’opinione pubblica italiana, il Parlamento, meno ne sono coinvolti meglio è. Ci siamo dimenticati che un reparto italiano da tempo veglia sulle aziende italiane impegnate nella diga di Mosul, oggi scopriamo che il contingente italiano nelle operazioni siriane è il secondo per numero e importanza, quasi seimila uomini, ma paradossalmente non combatte. Nel senso che non è in prima linea, è solo di supporto. Anche soccorrere i feriti con gli elicotteri è lavoro pericoloso. Dio non voglia che ci scappi il morto. In Afghanistan abbiamo avuto perdite e ci chiediamo ancora cosa ci stiano a fare gli italiani a presidiare chissà che cosa. Ora stiamo combattendo l’Isis. Dicono che se cade Musil le bandiere nere del terrorismo islamico dovranno ripiegare sul terrorismo, sulla guerriglia. Magari si trasferiranno sulle coste libiche, tanto per tenerci un po’più in apprensione. C’è una logica dietro tutto questo, con ogni probabilità. Ma forse dovrebbe essere condivisa con il resto del paese, con cittadini ed elettori italiani costretti a sopportare inutili e incomprensibili dibattiti sul referendum istituzionale e a indignarsi per la grottesca commedia andata in scena sul palcoscenico della Casa Bianca.

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