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INCHIESTA/ 1 – Il 118 va rianimato

untitledTroppe cose non vanno nell’Azienda Regionale per l’emergenza sanitaria. A cominciare dai defibrillatori, per i quali scarseggiano le batterie di ricambio e spesso mancano le piastre e i cavetti. Le ambulanze del Giubile? Le prime sono appena arrivate, ma stanno per andarsene medici, infermieri e barellieri presi a tempo determinato. L’unica cosa che funziona perfettamente? I lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, quelli chissà perché continuano ininterrottamente

Defibrillatore, oggi una parola magica d’uso comune. E’ strumento salvavita per definizione. Se ne dotano tutti, ipermercati, società sportive, aziende pubbliche e private. Ci sono addirittura le città “cardioprotette”, vedi Orvieto, con un defibrillatore ad ogni angolo di strada. Ma se ne parlate con chi a Roma di emergenza sanitaria si occupa per mestiere potrebbe capitare di trovare delle risposte poco urbane.I nervi sono a fior di pelle. Chiedetelo a quelli dell’Ares 118, tanto per parlar chiaro. Vi risponderanno che per loro il defibrillatore è un problema, una croce, un’emergenza nell’emergenza. Irrisolta. A loro i defibrillatori scarseggiano. Possibile? Inutile chiederlo ai vertici dell’Azienda regionale, negheranno tutto, ci sono sempre delle forniture in arrivo, delle gare d’appalto da fare, dei bandi da attivare.-Ma un conto è l’Ares, l’azienda regionale, un conto è il servizio, la realtà operativa che ha il compiuto di salvare la vita ai cittadini in estrema difficoltà, dicono sconsolati gli operatori. Dovrebbero essere una cosa sola, in realtà la prima fa e pensa ad altro. E’ autoreferenziale. Quasi che le necessità dell’emergenza sanitaria siano delle grane marginali. Provare per credere, al 118 non hanno batterie di ricambio per i defibrillatori, per dotarne alcuni mezzi sprovvisti bisogna correre da un capo all’altro della regione e trovare qualche ambulanza fuori servizio ma dotata dell’attrezzatura necessaria. In alcuni casi mancano le piastre e i cavetti, in altri fondamentali pezzi di ricambio. Un disastro. Salvare la gente diventa una avventura quotidiana, il 118 si regge sul disumano impegno dello zoccolo duro degli operatori. Anche loro soggetti a fenomeni di burn-out, di saturazione. E più sono saturi più rischia la gente, naturalmente. Tutto questo si sa negli ambienti degli addetti ai lavori, ma non si dice. In sostanza prima di poter rianimare i pazienti c’è da rianimare il servizio, dicono a mezza bocca gli operativi. Tre anni in picchiata, mai l’Ares 118 era caduto così in basso. C’è una realtà di facciata, che il governatore Zingaretti enfatizza ogni volta che può, e una tragica quotidianità dietro le quinte. L’operazione Giubileo è servita a mascherare i problemi, ma il velo verrà squarciato fra qualche settimana, quando le centinaia di operatori, medici, barellieri, infermieri, assunti con contratto a tempo determinato e non rinnovabile usciranno di scena con la chiusura della Porta Santa. C’è una corsa contro il tempo per trovare una soluzione e tenere dentro questa forza lavoro fondamentale, ma i tempi della burocrazia regionale sono quelli che sono e i sindacati, in certi casi, non hanno più il peso di una volta. In ogni caso all’Ares 118 l’organico all’osso da sempre, con buchi vistosi e difficoltà nel mettere insieme gli equipaggi. Il rischio che il servizio vada a fondo è una eventualità che si considera giorno dopo giorno. E le ambulanze, vanto del presidente della Regione? Meglio non parlarne, nessuno ha poi spiegato che l’operazione è andata parzialmente a buon fine solo poche settimane fa, a Giubileo quasi ultimato. Una quarantina in tutto i mezzi che stanno entrando in servizio, ma che non andranno ad aggiungersi al parco macchine esistente: sostituiranno invece le ambulanze esauste, quelle mature per lo sfasciacarrozze. Una piccola truffa mediatica, insomma, un gioco di prestigio. E il numero delle ambulanze resta largamente insufficiente. Il trucco è di mandare in giro subito quelle nuove, l’impatto è certamente rassicurante. In compenso – si fa notare nei corridoi – in questi mesi giubilari si è approfittato per dare una rinfrescata a tutte le sedi (comprese quelle periferiche), mai come oggi i locali dell’Agenzia sono stati tirati così a lucido, mai tanti operai si sono visti all’opera nelle strutture. Importante, certo, m forse quei soldi si sarebbero potuti impiegare per i famosi defibrillatori e per salvare qualche vita in più. E’ solo una delle tante contraddizioni. D’altro canto l’Ares 118 dà sempre l’impressione di incompiuto, non c’è mai una linea chiara e trasparente di condotta. Intromissioni politiche, sindacali, altro? Non è stato mai chiarito del tutto il pasticcio della Croce Rossa, ad esempio, partner principale fino a scadenza di una concessione eterna, che si è trascinata nel tempo proprogatio dopo prorogatio. Sostituita con un raggruppamento temporaneo d’imprese capeggiato dalla Heart Life Croce Amica di Benevento che ha vinto il bando europeo (e ha dovuto aspettare mesi per entrare in partita) , ma fatta rientrare subito in partita dalla Direzione Generale (affidamento diretto senza gara) con l’assegnazione di una consistente fetta di postazioni, pari per numero a quelle alle quali aveva dovuto rinunciare. L’Ares 118 così interagisce con tre soggetti diversi, che peraltro paga in modo diverso. Le dodici ore di servizio dei mezzi e degli equipaggi della Heart Life costano all’azienda 1400 euro, quelle della nuova Cri 900 euro, quelle delle varie Croci che hanno stipulato contratti minori soltanto 400. Qual che problema c’è, dov’è il trucco? Visto che devono fornire le stesse prestazioni è abbastanza evidente che qualcuno lavora con maggiore difficoltà, magari è in grado di offrire meno sicurezza, di dare meno garanzie. Ma tanto l’utente normale non se ne accorge nemmeno. (1 – continua)

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