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Brexit, l’Alta Corte brucia la premier: serve il voto del Parlamento

È un bastone fra le ruote della Brexit. Arriva a sorpresa lo storico verdetto dell’Alta corte di Londra che oggi, contro le previsioni, ha accolto il ricorso di un gruppo di attivisti pro Ue che chiedono un voto del Parlamento di Westminster per avviare il divorzio britannico da Bruxelles. Il giudice ha dato così torto e per certi versi umiliato il governo di Theresa May, che rivendicava invece il pieno diritto d’invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, anche ricorrendo alla cosiddetta Royal Prerogative. «Ma il Parlamento è sovrano», è stato ribadito in aula, aprendo un nuovo capitolo di una diatriba legale che può allungare i tempi dell’uscita dall’Unione e avere notevoli ripercussioni sull’equilibrio istituzionale e politico del Paese mentre già si prepara il prossimo ‘attò alla Corte suprema. Il governo infatti, poco dopo la sentenza, ha avviato la procedura per un ricorso al tribunale britannico di ultima istanza. Se appare improbabile che il verdetto possa del tutto compromettere la Brexit, andando contro il voto popolare espresso nel referendum del 23 giugno, la strada appare tuttavia in salita per il primo ministro, che vorrebbe comunque rispettare i tempi già indicati, attivando l’articolo 50 entro marzo 2017. «Siamo determinati ad andare avanti con i nostri piani», ha detto, tramite un suo portavoce, la premier. Prima di lei ci aveva ‘messo la faccià alla Camera dei Comuni il ministro per il Commercio internazionale, Liam Fox, uno dei ‘falchi’ euroscettici, che aveva parlato di delusione da parte dell’esecutivo e ricordato l’impegno nel rispettare la volontà popolare espressa attraverso i voti di milioni di elettori. Ma lo scenario potrebbe cambiare rapidamente, come spiegano gli analisti.

Prima di tutto gli ostacoli per il governo tory rendono più probabile il suo spostamento su posizioni meno intransigenti rispetto ai negoziati con Bruxelles, allontanando quindi l’ipotesi, tanto temuta dai mercati, di una ‘hard Brexit’. Non solo, May potrebbe ora essere costretta a scoprire le carte delle trattative con l’Ue. E in questo senso si è già espresso il leader laburista Jeremy Corbyn, che chiede all’esecutivo di presentare al Parlamento «in tempi rapidi» i termini del negoziato. Taglia corto invece il leader ad interim dell’Ukip, Nigel Farage, che teme una «mezza Brexit» e si prepara addirittura a tornare in campo attivamente nel 2019 qualora l’addio a Bruxelles non diventasse realtà.

Intanto canta vittoria Gina Miller, donna d’affari e attivista che ha organizzato e guidato la campagna per ‘sfidare’ in tribunale la May. È lei ‘l’eroina’ del giorno, intervistata da tutti i media, e ammirata dalla leader scozzese Nicola Sturgeon, che è pronta a dare il sostegno diretto alla sua battaglia legale. Gina cerca di ricordare a tutti che questo non è un trionfo personale e nemmeno politico, ma «per il futuro del Regno Unito».

Le conseguenze però sono fortemente politiche. Nel giro di un mese lo scontro riprenderà alla Corte suprema, che può ribaltare o confermare il verdetto dell’Alta corte. In quest’ultimo caso il governo si infilerebbe nel ‘ginepraiò, fra possibili rinvii e ritardi, di un voto a Westminster: i deputati fra l’altro sono in maggioranza anti- Brexit, anche se non possono ignorare la vittoria degli euroscettici nel referendum del 23 giugno. L’esecutivo, come del resto la Miller, avrebbe perfino la possibilità di fare ricorso alla Corte di giustizia europea. Ma è piuttosto improbabile visto che la Gran Bretagna sta proprio cercando con la Brexit di rendersi indipendente dagli organismi Ue. Nessuno sa esattamente che cosa potrà accadere visto che si sta procedendo a vista su un terreno completamente nuovo.

Fra i tanti scenari c’è quello di un ‘terremotò politico che porti alle elezioni anticipate. In un contesto di crescente incertezza inoltre ne potrebbe risentire anche l’economia ed esporre il Paese all’azione di speculatori internazionali.

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