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Il Papa ai detenuti: ipocrita chi per voi concepisce solo il carcere

Vatican PopeFuori dalla maestosità di san Pietro, sulla piazza, si sente gridare una sola parola: «Amnistia». Dentro la basilica si celebra il Giubileo dei carcerati e il Papa, davanti a mille detenuti di varie nazionalità, presenti in Vaticano grazie al permesso del Ministero di Giustizia, parla della potenza della speranza.

Il perdono di Dio è sempre possibile per chi crede. «La storia che inizia oggi, e che guarda al futuro, è ancora 
tutta da scrivere, con la grazia di Dio e con la vostra personale 
responsabilità. Imparando dagli sbagli del passato, si può aprire 
un nuovo capitolo della vita. Non cadiamo nella tentazione di 
pensare di non poter essere perdonati».

Francesco a braccio aggiunge anche una frase: «Ogni volta che entro in un carcere penso sempre: perché loro sono qui e non io? Tutti hanno la possibilità di sbagliare». Durante la funzione alcuni detenuti delle carceri di Brescia, Busto Arsizio e Palermo hanno fatto da ‘chierichetti’ all’altare, portando i doni, durante l’offertorio. Presenti a San Pietro anche i familiari dei carcerati, i cappellani e i volontari che operano negli istituti penitenziari. Accanto all’altare è stata posta una statua della Madonna che tiene in braccio Gesù con una catena spezzata tra le mani. Prima della messa i detenuti hanno attraversato la Porta Santa. Quindi ci sono state delle testimonianze e dei momenti musicali.

«Cari detenuti – ha detto Bergoglio – è il 
giorno del vostro Giubileo! Che oggi, dinanzi al Signore, la 
vostra speranza sia accesa. Il
 Giubileo, per sua stessa natura, porta con sé l’annuncio della 
liberazione. Non dipende da me poterla concedere, ma suscitare in 
ognuno di voi il desiderio della vera libertà è un compito a cui 
la Chiesa non può rinunciare. A volte, una certa ipocrisia spinge 
a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le 
quali l’unica via è quella del carcere».

Fuori sulla piazza la marcia dei Radicali ricorda che il 35 per cento dei detenuti italiani sono ancora in attesa di giudizio e che i benefici alternativi al carcere consentono un recupero nella società mentre il carcere in genere peggiora le situazioni. Durante l’omelia il pontefice sembra raccogliere questa battaglia: «Non si pensa alla possibilità di cambiare vita c’è poca fiducia nella riabilitazione. Ma in questo modo si 
dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche 
prigionieri senza rendercene conto».

«Quando si rimane chiusi nei 
propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso 
benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si 
assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in 
realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della 
cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della 
verità che genera la libertà. E puntare il dito contro qualcuno 
che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le 
proprie contraddizioni».

Il Papa ha esortato i detenuti a non perdere mai la speranza che non può essere soffocata da nessuno. «Il mancato rispetto della legge ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta, perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo. Eppure, la speranza non può venire meno. Una cosa, infatti, è ciò che meritiamo per il male compiuto; altra cosa, invece, è il ‘respirò della speranza, che non può essere soffocato da niente e da nessuno».

Anche Dio spera, «per paradossale che possa sembrare, è proprio così: Dio spera! La sua misericordia non lo lascia tranquillo». «Non esiste tregua né riposo per Dio fino a quando non ha ritrovato la pecora che si era perduta. Se dunque Dio spera, allora la speranza non può essere tolta a nessuno, perché è la forza per andare avanti; è la tensione verso il futuro per trasformare la vita; è una spinta verso il domani, perché l’amore con cui, nonostante tutto, siamo amati, possa diventare nuovo cammino».

«Dove c’è una persona che ha sbagliato, là si fa ancora più presente la misericordia del Padre, per suscitare pentimento, perdono, riconciliazione». Occorre sempre avere «la certezza della presenza e della compassione di Dio, nonostante il male che abbiamo compiuto. Non esiste luogo del nostro cuore che non possa essere raggiunto dall’amore di Dio».

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