| categoria: Il Commento

Un segnale inquietante dalla Gran Bretagna

di Maurizio Del Maschio
Un colpo di scena ha riportato alla ribalta della cronaca politica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, decretata dal referendum dello scorso 23 giugno. Secondo l’Alta Corte britannica, che ha sentenziato a seguito del ricorso di un gruppo di cittadini convinti che il referendum sia consultivo e non vincolante, si rende necessaria l’approvazione del Parlamento perché il Regno Unito possa iniziare il processo di uscita dall’UE. La pronuncia della Corte è vista come uno schiaffo al governo del premier conservatore Theresa May che ha subito annunciato il ricorso alla Corte Suprema, il tribunale di ultima istanza che lo esaminerà il 7 e l’8 dicembre prossimi. Se la Corte Suprema non confermerà la sentenza dell’Alta Corte il governo potrebbe procedere senza consultare il Parlamento. In caso contrario, il governo dovrà chiedere l’autorizzazione parlamentare e potrebbe avere qualche difficoltà a trovare tutti i voti necessari per dare seguito alla procedura. Peraltro, appare improbabile che i parlamentari si oppongano alla volontà popolare espressa nel referendum. La May aveva annunciato l’avvio della procedura per marzo, ma ora rischia di dover affrontare un iter parlamentare che potrebbe aprire nuove lacerazioni nella politica britannica, con il rischio di un clamoroso voto negativo sulla strategia per la Brexit.
Va tuttavia considerato che un voto negativo dalla Camera dei Comuni rischia di scatenare le reazioni dell’elettorato che potrebbe vendicarsi in occasione delle prossime elezioni politiche. Quanto sta accadendo in un Paese dalle solide basi democratiche come la Gran Bretagna fa sorgere inquietanti interrogativi sullo stato della democrazia in Occidente, in particolare in quella che è considerata la culla della democrazia moderna. Infatti, la sentenza si rifa ad un principio consolidato
nel Regno Unito secondo il quale il Parlamento è sovrano. Peraltro, una simile affermazione, per non contraddire il principio di democrazia, necessita di una pacata riflessione. La Gran Bretagna, come è noto, non ha una vera costituzione come la stragrande maggioranza dei Paesi occidentali. Anziché una carta fondamentale, essa si basa su un insieme trattati, decisioni giuridiche e statuti come la Magna Carta Libertatum (Grande Carta delle Libertà) del 1215 o l’Act of Settlement (Atto di Disposizione) del 1701. Essa si basa pure su altre fonti di natura orale, come le convenzioni del Parlamento e le prerogative reali. Uno dei principi fondamentali del Regno Unito è la sovranità del Parlamento, secondo il quale gli statuti da esso approvati rappresentano la fonte suprema e definitiva delle leggi. Da ciò consegue che ogni legge approvata dalla maggioranza del Parlamento ha implicitamente valore costituzionale, perché nel Regno Unito non c’è distinzione tra legge ordinaria e legge costituzionale. Poiché la violazione di principi costituzionali attraverso leggi ordinarie è tecnicamente impossibile, nel Regno Unito non esiste un organo equivalente alla Corte Costituzionale presente in molti Paesi. Essendo in contrasto con i principi costituzionali della maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, di cui il Regno Unito ancora fa parte, in tempi recenti la validità del principio di sovranità del Parlamento britannico è stata oggetto di dibattito.
Occorre, tuttavia, rilevare che la ragione di tali norme fondamentali era destinata ad evitare conflitti
fra il monarca, che si riteneva detentore di un potere stabilito “dall’Alto” e il Parlamento eletto “dal
basso”. Non poche volte, infatti, gli interessi del sovrano confliggevano con quelli popolari.
Pertanto, le norme sanzionanti la sovranità del Parlamento fungevano da argine al tentativo dei
monarchi di far prevalere i propri interessi su quelli della nazione. Nei secoli passati, i conflitti
sorgevano fra il re e il Parlamento eletto, mentre oggi sembra che la rivendicazione della sovranità
del Parlamento contrasti con il principio della sovranità popolare. In altri termini, mentre un tempo
era necessario difendere l’organo legislativo eletto dal basso dai soprusi di sovrani che si ritenevano
legittimati a governare a proprio piacimento, ora si pone il problema del possibile conflitto fra
l’organo eletto (il Parlamento) e il popolo elettore.
Il Primo Ministro britannico David Cameron, quando si trattò di affrontare due questioni cruciali
quali il rapporto tra Scozia e Regno Unito e quello tra Regno Unito e Unione Europea, scelse la via
democratica di lasciare la decisione agli elettori, riconoscendo così che la propria opinione e quella
dei colleghi parlamentari è subordinata alla volontà del popolo. Quella decisione fu saggia,
opportuna e democratica. Cercare di vanificare a posteriori la volontà espressa da milioni di persone
che costituiscono la maggioranza di coloro che sono andati a votare, sostituendola con le preferenze
di poche centinaia di politici eletti, costituisce la prova che chi gestisce il potere politico interpella il
popolo solo per rafforzare delle sue posizioni, ma è pronto a ignorarne l’opinione prevalente qualora
sia difforme dai propri disegni. È la palese sovversione della logica della rappresentanza ed è facile
prevedere quanto tutto ciò rafforzi chi, già ora, soffia sul fuoco del risentimento e della rivolta. Se
ciò accade nel Paese padre della democrazia moderna, c’è poco da stare tranquilli per il futuro
dell’Occidente.
Il senso etimologico del termine “democrazia” e il concetto che sottintende sono chiarissimi e non
mutano nel tempo. “Democrazia”, nella lingua del Paese che l’ha inventata cioè la Grecia antica,
significa “governo del popolo”. Il termine esprime il riconoscimento che la sovranità appartiene al
popolo, supremo detentore del potere di scelta. Ciò significa che la fonte della legittimità
dell’esercizio parlamentare del potere legislativo in un Paese che si definisce “democratico” è il
popolo, che esercita il suo potere attraverso il voto. Oggi il Paese che meglio incarna questo
principio universale e perenne di sovranità popolare è la Svizzera.
La contiguità tra finanza e grande impresa da un lato e la politica dall’altro e la politicizzazione
della magistratura sono due delle palle al piede che condizionano negativamente la democrazia e
minacciano seriamente la sovranità popolare. Ciò che sta accadendo in questi ultimi tempi nel
mondo e in particolare in Europa e nel nostro Paese induce a sospettare che vi sia un disegno
mirante ad erodere, a mutilare la sovranità popolare. Le conquiste democratiche, che hanno costato
fiumi di sangue nel corso dei secoli, sono una conquista precaria, fragile, costantemente minacciata.
Occorre vigilare e combattere, perché c’è sempre chi cerca di soffocare la sovranità popolare
riportandola ad una élite dominante sulla maggioranza. Oggi non sono più i sovrani la vera
minaccia della democrazia, ma i poteri forti che cercano di cambiare la società modificandone
l’assetto a proprio vantaggio.

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