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Bovesía, un pezzo di Grecia in Calabria

0db65d30e4102a1178999ac735fae01c Dimenticatevi la connessione Internet, i resort di lusso e le strade comode: in fondo allo Stivale, a metà strada tra l’Aspromonte e la profumata costa ionica, si viaggia lentamente alla scoperta della Bovesía o Calabria grecanica, un’area di appena 50 chilometri dove si concentrano borghi arroccati tra colline, faggeti, castagneti secolari e fiumare, testimonianze archeologiche e centri d’arte d’origine ellenica. A sudest l’area è lambita dal mar Ionio, da dove arrivarono i Greci, mentre a ovest c’è l’Aspromonte che da sempre la protegge, isolandola dal resto della regione. È qui che si parla il griko, uno strano dialetto calabro-ellenico, e si coltiva il vitigno Greco, il più antico d’Italia portato dall’Ellade e amato dalla popolazione autoctona per le virtù afrodisiache; quasi scomparso negli anni Sessanta, è stato recuperato da alcuni viticoltori che oggi producono un ottimo passito dal colore e dal profumo intensi.

Si parte da Locri, che si riteneva fosse protetta da Afrodite, anticamente venerata nel santuario-tempio di Marasà, e si viaggia verso sud, lungo la costa ionica per una trentina di chilometri fino a Bruzzano e a Brancaleone, regno delle tartarughe caretta caretta e centro dove, nel 1935, Cesare Pavese scontò il proprio esilio politico.

Si prosegue lungo la costa fino a Bova Marina, dove si trovano numerose testimonianze archeologiche di un ricco passato, e percorrendo la strada comunale, stretta e tortuosa, che conduce verso l’interno, si arriva al borgo di Bova o Chçra tu vùa, dove fino al XVI secolo si celebrava il rito bizantino; anche qui si respira un’atmosfera greca per il dialetto e persino per i cartelli stradali scritti in griko. Nel periodo bizantino il borgo, che sorge a mille metri d’altezza, ospitava la sede vescovile ed era un importante centro culturale; oggi è un piccolissimo e delizioso borgo dove tutto ruota attorno al museo della lingua grecanica e dove i locali, le taverne e i bed and breakfast continuano ad avere nomi ellenici.

Viaggiando verso nord, superata la fiumara di Amendolea, si raggiungono i borghi di Gallicianò, San Lorenzo e Bagaladi, dove tra aspre montagne, gole e dirupi, si apre una vallata coltivata a ulivi; qui si trovano antichi frantoi, alcuni dei quali recentemente recuperati, come quello di Jacopino con museo dell’olio e locali per degustazioni.

Scendendo verso il mare, viaggiando sulla provinciale 3, si attraversano due suggestivi borghi fantasma, Roghudi e Pentedattilo, che da qualche anno sono stati in parte recuperati dalle iniziative di “Libera”, l’organizzazione che lavora sui terreni confiscati alle mafie e alla ‘ndrangheta calabresi. Qui piccoli gruppi di artigiani e artisti hanno creato botteghe, musei di tradizione popolari, spettacoli e rassegne cinematografiche che stanno ridando linfa nuova ai due borghi abbandonati. Il nome Roghudi deriva dal greco Rogòdes, “pieno di crepacci”, che evoca perfettamente l’ambiente che lo circonda; il borgo, infatti, è abbarbicato su uno sperone di roccia che si protrae dentro la fiumara Amendolea. Più vicino al mare c’è Pentedattilo, il cui nome significa “cinque dita”, per la forma simile a una mano del monte Calvario su cui è arroccato.
Per visitare i due centri e le aree naturali che li ospitano è bene affidarsi alle guide locali e alle cooperative di trekking e canyoning che organizzano le escursioni nella natura e le passeggiate tra i boschi, le cascate e lungo i dirupi fino ai punti più panoramici dell’Aspromonte. I tour, che prevedono anche il pernottamento, per l’inverno sono organizzati con gli sci da fondo e le ciaspole sui sentieri innevati. Per informazioni: www.aspromontewild.it e www.naturaliterweb.it

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