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Trump e il piano dei cento giorni: il muro con il Messico non c’è

trump-tf-afp_ia069-kgoe-835x437ilsole24ore-webNon c’è la costruzione del muro con il Messico né l’abolizione dell’Obamacare nel piano dei primi 100 giorni di governo di Trump, che vuole invece far uscire gli Stati Uniti dal Trattato transpacifico.

Il presidente eletto ha svelato il suo piano per i primi cento giorni alla Casa Bianca in un video messaggio di due minuti e mezzo, diffuso nella serata di ieri, nel quale ha posto l’accento su commercio e immigrazione, senza menzionare il muro al confine con il Messico, leitmotiv della sua campagna elettorale.

Bocca cucita anche sull’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente Barack Obama che Trump aveva promesso di cancellare. «La mia agenda sarà fondata su un semplice principio di base – ha proclamato – mettere l’America al primo posto. Sia che si tratti di produrre acciaio, costruire auto o curare malattie, voglio che la prossima generazione di produzione e innovazione avvenga proprio qui, nella nostra grande patria: l’America che crea ricchezza e lavoro per i lavoratori americani», ha rimarcato il futuro presidente.

«Nell’ambito di questo piano – ha aggiunto – ho chiesto al mio team di transizione di mettere a punto una lista di azioni esecutive da intraprende il primo giorno per riformare le nostre leggi e riprenderci i nostri posti di lavoro».

Commercio: via dal Tpp. «Emetterò una notifica sull’intento di ritirarci dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp), un potenziale disastro per il nostro Paese», ha affermato Trump, mettendo in cima all’agenda, in ordine temporale, l’annullamento dell’accordo commerciale con i Paesi del Pacifico, che sarà sostituto da «intese commerciali bilaterali equilibrate». Poche ore prima, parlando con i giornalisti a Buenos Aires, in Argentina, il premier giapponese Shinzo Abe – il primo leader straniero ad aver incontrato il presidente eletto Trump – aveva definito «privo di senso» il Tpp senza la partecipazione Usa.

Immigrazione: stretta sui visti. Sull’immigrazione, Trump si è limitato a promettere di voler «indagare su tutti gli abusi nei programmi per i visti che penalizzano i lavoratori americani», senza il minimo accenno al muro e alle deportazioni di massa paventati in campagna elettorale.

Deregulation energetica. «Cancellerò le restrizioni killer per il lavoro sulla produzione di energia americana, compresa l’energia dallo shale e il carbone pulito, creando diversi milioni di posti di lavoro ben pagati», ha assicurato Trump che proprio ieri ha ricevuto nel suo grattacielo di Manhattan l’ex governatore del Texas, Rick Perry, considerato un papabile ministro dell’Energia.

Sicurezza nazionale. «Chiederò al dipartimento della Difesa e al capo degli Stati maggiori riuniti di sviluppare un piano complessivo per proteggere le infrastrutture vitali degli attacchi informatici e da ogni forma di attacco», ha assicurato il presidente eletto.

Semplificazione. «Formulerò una regola – ha aggiunto – in base alla quale per ogni nuova norma, due vecchie leggi dovranno essere eliminate».

Conflitti d’interesse. «Imporremo un bando di cinque anni sulla possibilità per i funzionari di alto livello di diventare lobbisti quando lasciano l’amministrazione e un bando a vita sulla possibilità che diventino lobbisti per conto di governi stranieri», ha annunciato Trump nell’ambito della sua “riforma dell’etica”.

Riguardo, invece, ai propri potenziali conflitti di interesse il presidente eletto è tornato all’attacco dei media. «Prima delle elezioni era ben noto che avevo interessi in proprietà sparse in tutto il mondo e solo ora i media corrotti fanno di ciò una gran notizia», ha twittato Trump dopo quello che è stato definito un burrascoso incontro con gli anchor e i manager dei principali network televisivi.

Come testimoniano i documenti firmati per partecipare alla campagna elettorale, a Trump fanno capo 500 entità commerciali e 21 istituzioni finanziarie, del valore di almeno 50 milioni ciascuna. Si tratta della più vasta rete di ricchezze e interessi che un presidente abbia mai portato alla Casa Bianca. Per cercare di aggirare le critiche, Trump ha annunciato la creazione di un “blind trust” che si occuperà della gestione del business e che sarà controllato dai figli. Sebbene abbia assicurato che i figli non avranno incarichi di governo, sono tutti nelle squadra di transizione che sta gestendo le nomine e le future strategie politiche della nuova amministrazione. La figlia Ivanka ha anche partecipato all’incontro con il primo leader straniero, il giapponese Shinzo Abe, a New York la scorsa settimana.

Infine un messaggio “poco diplomatico” per la premier britannica Theresa May: Trump le suggerisce di nominare ambasciatore negli Usa il controverso ex leader degli indipendentisti del Regno Unito, Nigel Farage. «Molti vorrebbero vedere Nigel Farage rappresentare la Gran Bretagna come ambasciatore negli Stati Uniti. Farebbe un grande lavoro», ha twittato “The Donald” ieri sera. Farage non ha esperienza da diplomatico ma è stato un fervente sostenitore di Trump durante la campagna elettorale.

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