| categoria: Il Commento

LE INTIMIDAZIONI INTERNAZIONALI SUL REFERENDUM

di Maurizio Del Maschio
Secondo il Wall Street Journal, l’Italia è al centro della crisi europea per la sua stagnazione economica. Nella sua preoccupata analisi, il quotidiano americano è in buona compagnia. Anche il New York Times e il Financial Times di Londra sono sulla stessa linea, constatando che l’Italia è l’anello debole della deludente crescita europea. Essa sarebbe pure il possibile epicentro di un nuovo terremoto politico che indebolirebbe ancora di più la già vacillante Unione Europea. Anche il giornale spagnolo El Paìs ha definito l’Italia “la nuova malata d’Europa che potrebbe trascinare il continente in una ricaduta nella crisi”.
Sembra che all’estero della malattia endemica di cui soffre l’Italia si stiano preoccupando soltanto ora, alla vigilia della consultazione referendaria. Che tempismo! Vari esponenti della finanza e della grande industria planetaria hanno da tempo cominciato ad esprimere preoccupazioni analoghe, forse constatando che tutti i sondaggi hanno dato sempre vincente il “No” sul “Sì” e che, anzi, negli ultimi tempi il divario è teso ad aumentare anziché diminuire. In Italia i vertici di Confindustria, sempre a braccetto con i politici di turno al potere, si sono schierati a favore della riforma, ma la base manifesta dissenso. I megafoni della finanza e della grande industria internazionale lanciano allarmi catastrofici. Non l’hanno fatto pure in occasione del referendum britannico? Non l’hanno fatto pure in occasione delle elezioni americane? Eppure gli sconquassi finanziari previsti dopo il verdetto popolare sulla Brexit non ci sono stati e dopo le iniziali insofferenze del mondo studentesco, ora il consenso e la fiducia degli Americani in Donald Trump stanno aumentando. L’attenzione sul caso Italia si è concentrata a seguito dei deludenti dati economici resi noti la scorsa settimana. L’eurozona sarebbe debole perché l’Italia è quasi ferma e questa sua lentezza rallenterebbe tutta la compagine UE. Peraltro, pur concordando sostanzialmente sull’analisi, è sulle cause e sulle conseguenze che i giornaloni tacciono o sbagliano. È ingannevole affermare, come
fanno taluni analisti economici, che l’approvazione popolare della riforma renziana costituisca la soluzione ai nostri problemi. C’è da chiedersi se questi “esperti” conoscono davvero la nostra costituzione e la riforma che il governo Renzi propone. Il Wall Street Journal riferisce che “i mercati sono concentrati sulla posta in gioco politica del referendum”, in altri termini sul rischio che una bocciatura degli elettori travolga Renzi. “Ma il vero costo per l’Italia sarebbe che l’economia resterebbe inchiodata nella sua stagnazione di lungo termine”. Sembra di sentire l’eco amplificata del nostro ciarliero Presidente del Consiglio. Che cosa c’entri un referendum di parziale modifica dell’assetto costituzionale dell’Italia che non incide affatto sul suo scenario economico con l’asfittica crescita del nostro Paese, i giornaloni megafono dei poteri forti internazionali non lo dicono. Allora sarà bene che su ciò riflettiamo noi Italiani, dal momento che il referendum ci riguarda da vicino.
Tutti concordano sul considerare un errore di Matteo Renzi l’aver personalizzato il referendum considerandolo come un’investitura elettorale del suo ruolo di capo del governo. Ma lo sbaglio è stato fatto e a questo punto, per uscire dall’angolo, Renzi cerca di ottenere libertà di manovra dall’Unione Europea. Le regole ell’austerity oggi non sono più applicate con la severità di un tempo. Molti osservatori ricordano che Bruxelles ha già mostrato tolleranza verso la Francia, la Spagna e il Portogallo quando hanno sforato i vincoli di bilancio. Una maggiore elasticità sulle manovre pubbliche a sostegno della crescita sarebbe un segnale utile per cercare di fermare l’ondata anti-europea di molti Paesi dell’Unione fra cui l’Italia.
La politica monetaria da sola non basta, occorre pure una coraggiosa manovra di bilancio per rianimare un’economia così gravemente malata come la nostra. Renzi sta perdendo l’ultimo autobus che potrebbe salvarlo e l’imminente referendum è davvero in grado di scatenare un effetto maggiore della Brexit, non fosse altro che per la posizione dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea, ben diversa da quella della Gran Bretagna che ha sempre avuto un piede fuori e un piede dentro.
Se l’Italia è a rischio di uscita dall’euro, non è perché il No alla riforma renziana la renderebbe ingovernabile, ma per le disastrose scelte economiche e finanziarie dei governi italiani e dell’Unione europea guidata da Angela Merkel. La principale colpa del governo italiano è di non essersi occupato come avrebbe dovuto della stagnante produttività della nostra economia che non decolla da molti anni determinando una bassa crescita del Prodotto Interno Lordo e un’alta crescita della disoccupazione, specialmente di quella giovanile. Inoltre, l’introduzione di norme volute dalla Germania riguardanti il sistema bancario ha ostacolato la ripresa soprattutto in Italia, nonostante la politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea. Dunque, se l’Italia fosse costretta a uscire dall’euro, ciò non dipenderebbe dall’eventuale mancata riforma costituzionale e dalle conseguenti eventuali dimissioni di Renzi, ma dalle colpe degli ultimi governi, compreso quello
renziano, che hanno fallito sia sul fronte del rilancio economico che su quello della messa in sicurezza del sistema bancario.
Ora ci troviamo in una situazione molto più difficile di quella che costrinse Silvio Berlusconi a dimettersi. Non si attuano gli urgenti tagli strutturali delle spese, si elargiscono mance ad alcune categorie per accaparrarsene il consenso, si finge di diminuire le imposte, mentre le aliquote progressive non vengono ridotte. Fra le misure che influirebbero positivamente sulla produttività e che il governo trascura vi è la spesa per infrastrutture, da attivare con una piccola partecipazione
pubblica e una grande partecipazione privata, come sosteneva Berlusconi e come ora sostiene Trump. Renzi pronuncia dichiarazioni sulla necessità del ponte sullo Stretto di Messina e su altre opere, ma non fa seguire i fatti alle parole. Le leggi per accelerare e attuare le grandi opere e le infrastrutture di rete, che i governi di centrodestra avevano approvato, sono state messe da parte.
Se l’euro non funziona, la responsabilità ricade non solo sull’Europa ma pure sull’Italia. La sinistra che, con alleanze diverse, riesce a stare al potere anche quando non ha il consenso popolare, ha gravissime responsabilità. Uscire dall’euro, senza prendere le misure necessarie a rimettere in sesto l’economia e la finanza non servirebbe a migliorare la situazione, anzi. La stessa stampa estera che all’epoca del governo Berlusconi agitava lo spauracchio dei mercati e della crisi economica, adesso agita le stesse minacce, sostiene il premier e ipotizza scenari apocalittici nel caso in cui dovesse vincere il No.
Se il mondo della grande finanza e della grande industria tramite i giornali da essi controllati sostengono la riforma, è segno che fa loro comodo e conferma che a perderci saranno come al solito i cittadini comuni. Dire che la vittoria del No sarebbe un segnale che l’Italia non vuole cambiare,perché tutto rimarrebbe inalterato, è una menzogna colossale. L’Italia vuole cambiare, ma non così. “Serve stabilità”, sentenzia il Presidente di Confindustria, ma la stabilità che cerca è quella che
favorisce gli interessi di pochi a fronte delle necessità di molti. Gli Italiani sapranno fiutare l’aria di congiura che si sta stringendo intorno a loro? Lo sapremo il 4 dicembre, ma nel frattempo dovremo guardarci dalle intimidazioni ricattatorie

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