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Studente Usa morto nel Tevere, spunta il video del delitto

Il giorno dopo la scarcerazione di Massimo Galioto, il senza fissa dimora accusato dell’omicidio dello studente americano, Beau Solomon avvenuto la notte tra il 30 giugno e il primo luglio scorso, non si parla di altro tra gli accampati lungo gli argini del Tevere. «Qui ci conosciamo tutti – raccontano – anche se viviamo in gruppi separati». Ma se provi a chiedere se qualcuno lo ha rivisto l’atteggiamento cambia e cala il silenzio. Dopo la bonifica fatta nei giorni seguenti la morte dello studente, tutto è tornato come prima. Sbandati, ubriachi, disperati: è il popolo del fiume. Ciondolano tra cani, tende, rifiuti e distese di bottiglie. Insomma, come sempre. Alternano liti e aggressioni per un nonnulla con momenti di eterna assenza, intanto il fiume scorre più veloce dei pensieri. Alcuni erano lì (a poca distanza) anche quando Solomon era arrivato barcollando sull’argine del fiume. «Non abbiamo visto nulla», ripetono.

E intanto quel ragazzone arrivato dal Wisconsin ha perso la vita proprio li. C’è chi dice che Beau avrebbe inseguito i rapinatori fino a ponte Garibaldi, ma c’è anche la pista di una sorta di trattativa con i ladri che lo avrebbero convinto a seguirli fin giù alla banchina del Tevere accusando il gruppo di «punkabbestia». Insomma, una brutta storia ripresa anche da alcune telecamere dell’università americana John Cabot che ricostruiscono gli ultimi attimi di vita del giovane. Nel video diviso in due parti si vedono delle sagome avvicinarsi a quella dello studente. Poi qualcosa cade in acqua e scorre via. Intanto Galioto resta l’unico indagato ma si cercano i due clochard irreperibili, sono quelli che, a suo dire, avrebbero dato il calcio e poi tirato la pietra alla vittima. E’ iniziata la caccia.
Da allora nulla è cambiato su questi argini. Gli accampamenti spuntano come funghi. La parte più abitata è nel tratto che va dall’Isola Tiberina allo stadio Olimpico, passando per ponte Sisto, ponte Mazzini e ponte Sant’Angelo. Senza saltare ponte Cavour. I turisti, oltre a vedere le bellezze storiche, scattano foto ai monumenti tra panni stesi, tavolini arrangiati, materassi, vecchi mobili e fornelletti a gas. Affascinati però, sempre e comunque, da quel lato nascosto della Città eterna. Invisibile, ma non del tutto. Sospesa in un’altra dimensione, senza spazio e tempo, tra lunghi tratti di pista ciclabile e scorci che ricordano passeggiate parigine. Ma la realtà del fiume continua a essere altrove rispetto al contesto della città, quella che vive pochi metri più su. «A Parigi queste cose non si vedono. E’ impossibile pensare che qualcuno si possa piazzare con le tende lungo la Senna né tantomeno costruire rifugi di fortuna», sottolinea un gruppo di turisti francesi con guida al seguito. «È davvero un peccato non sfruttare questa parte della città».

La vista da un lato del fiume infatti non ha niente di poetico. Arrivati all’altezza di Ponte Mazzini la fotografia cambia. Anzi peggiora. La desolazione avvolge questo tratto. Cinquanta scalini portano al nulla, bisogna scendere tra l’odore di urina, siringhe, erbacce, per trovarsi nella terra di nessuno, qui se quelli della tenda blu, si inalterano, non scendi mica, il Tevere è loro o almeno credono. Accanto all’accampamento, una montagna di spazzatura. «È uno schifo, non si può passare – si sfoga una giovane coppia – più avanti ci sono altre persone singole accampate che tengono i loro giacigli sistemati e puliti che quasi non li vedi. Ma l’arroganza di questi sotto ponte Mazzini è evidente».

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