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IL PUNTO/ Renzi riparte da quell’ipotetico 40%. Il Pd lo seguirà?

I renziani di ferro fanno quadrato, «ripartiamo dal 40% di ieri». Un quaranta per cento che tradotto significa 13.432.000 voti: oltre due milioni di consensi in più rispetto al massimo storico fatto registrare alle europee del 2014, quando Renzi incassò il 40,8%. E se Massimo D’Alema sostiene che «questo ragionamento è una follia, i voti del referendum non sono voti suoi», non sembra pensarla allo stesso modo il premier dimissionario. Dopo lo choc delle dimissioni Renzi si è rimesso a ragionare. Ha ragionato sui risultati del voto si è convinto di avere una buona base di consenso. E intende andare alle elezioni «il prima possibile». Tanto più che mentre i leader del fronte del No si devono dividere tra loro un 60%, Matteo è l’unico ad avere in dote un 40% tutto suo. Per prima cosa, però, il segretario vuole mettere «le cose a posto nel partito». Così nella Direzione convocata per domani pomeriggio, Renzi potrebbe annunciare il congresso a metà febbraio. Con due obiettivi. Il primo: ricevere con le primarie (aperte) l’investitura a candidarsi alle elezioni per il ruolo di premier. Il secondo obiettivo: regolare una volta per tutti i conti con Bersani & soci.

Questa road map incontra però alcuni ostacoli. Renzi dovrebbe prima rilanciare l’intesa con gli alleati Dario Franceschini, Maurizio Martina e i giovani Turchi di Matteo Orfini. In una fase di debolezza acuta non è il massimo. E soprattutto lo svolgimento del congresso potrebbe ritardare oltre misura l’appuntamento con le urne: «Per organizzare e celebrare le assise», dice un renziano del Giglio Magico, «ci vogliono non meno di tre mesi e così si rischia di andare alle elezioni a maggio, se non a giugno. La stella polare di Matteo è invece il voto immediato». Come ha convenuto durante il doppio colloquio con Sergio Mattarella, in cui ha confermato la decisione di lasciare palazzo Chigi (con la formula delle dimissioni congelate fino al varo in settimana della legge di stabilità), Renzi sa che prima di andare alle urne è necessario cambiare l’Italicum e inventare una legge elettorale per il Senato. L’idea è quella di procedere subito, ancora prima della sentenza della Consulta prevista per gennaio, alla ricerca di un’intesa in Parlamento.

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