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Sanità italiana in progress, meno Asl e sempre più grandi

A metà degli anni ’80 c’erano 642 Unità sanitarie locali che amministravano anche i grandi ospedali. Nel 2017, dopo le ultime riforme, avremo 97 Asl e 99 aziende ospedaliere autonome (grandi ospedali, policlinici e Irccs).
Sempre più accentrate, uniche e con bacini d’utenza che a volte superano il milione di abitanti. Stiamo parlando delle Aziende sanitarie locali che negli ultimi anni, vuoi per risparmiare sugli stipendi dei manager sulla scia delle richieste politiche o per riaccentrare e omogeneizzare l’organizzazione dei servizi sanitari, hanno subìto una vera e propria drastica ‘dieta’. Secondo un’elaborazione fatta dalla Fiaso in esclusiva per Quotidiano Sanità, quando nel 2017 entreranno in vigore la Riforma del Veneto e della Sardegna, l’unificazione delle due Asl della città di Torino, le Asl (che poi a seconda della Regione hanno nomi diversi: Usl, Ulss, Ats, etc.) scenderanno a 97 (in media una ogni 620 mila abitanti), il 35% in meno rispetto al 2010 quando erano 146.E ormai meno di un sesto rispetto alle 642 Unità sanitarie locali (allora si chiamavano così), presenti a metà anni ’80 e scaturite dalla riforma del 1978 (e che però, va detto, assorbivano al loro interno tutta la rete ospedaliera dato che non esistevano ancora le aziende ospedaliere autonome).
Una strada, quella degli accorpamenti, che ha subito un’accelerazione e ha visto protagoniste molte grandi regioni nell’ultimo biennio. In primis la Toscana e la Lombardia che nel 2015 hanno approvato due riforme sanitarie che hanno ridotto drasticamente il numero delle aziende sanitarie (la Toscana da 12 a 3, la Lombardia da 15 a 8). Poi c’è il Lazio che ha ridotto le Asl da 12 a 10. Ma riforme in questo senso sono state anche approvate quest’anno in Veneto (le Ulss sono passate da 21 a 9) e in Sardegna dov’è stata creata l’Asl Unica rispetto alle 8 che c’erano in precedenza.

Da notare poi come in Veneto si stia sperimentando anche la cosiddetta Azienda Zero che diverrà lo snodo centrale di tutte le aziende sanitarie. Simile al Veneto l’A.li.sa della Regione Liguria e in un certo senso un ruolo analogo avrà anche l’Asl unica sarda.

In ogni caso da Nord a Sud, il taglio c’è stato, anche se i modelli sono differenti. Alcune regioni sanitarie (vedi Val d’Aosta Molise, Pa Bz, Pa Tn, Marche) hanno già un’unica Asl che spesso coincide con il capoluogo. Dal 2017 anche la Sardegna avrà un’Asl sola.

Poi ci sono Regioni come l’Umbria e la Basilicata con 2 Asl, la Toscana con 3, l’Abruzzo con 4, il Friuli, la Liguria e la Calabria con 5 Asl. Ma in questa fascia possiamo notare delle macro differenze come per esempio l’Abruzzo o il Friuli hanno il doppio (se non di più) delle Asl della Toscana pur avendo un terzo della popolazione.

Tra le Regioni con più Asl spicca il Piemonte che nel 2017 avrà 12 Asl. Poi c’è il Lazio con 10 Asl, di cui 6 nella provincia di Roma (3 a Roma città dove però la Asl Roma 1 e Roma 2 sono già le più grandi d’Italia). Nel 2017 le Asl della città però dovrebbero scendere a 2.

Dopo il Lazio ci sono Sicilia e Veneto che con la recente riforma avrà 9 Asl. A seguire Lombardia ed Emilia Romagna con 8 Asl, la Campania con 7 e la Puglia con 6.

Strade differenti sono state prese anche per le grandi città. Se per esempio a Milano, Genova, Venezia e Bologna (dal 2017 anche Torino) si è scelta la strada dell’Asl unica metropolitana, così non è ancora per Roma città o Napoli dove sono 3. Poi c’è il caso della Toscana dove l’Asl che racchiude Firenze va ben oltre i confini della provincia.

Ma se quindi il sistema organizzativo basato su un numero capillare di Aziende sanitarie sembra andare evolvendosi verso un accentramento delle competenze, questo non accade per le 99 aziende sanitarie ospedaliere, Policlinici universitari e gli Irccs (nel 2014 erano 107) che invece, a meno di un futuro di reti integrate interregionali, sembrano destinate a restare ciricoscritte all’ambito della struttura ospedaliera di riferimento.

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