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L’ANALISI/ L’insostenibile leggerezza di un governo Gentiloni

Romano, nobile, cattolico, rutelliano nel cuore, un passato di estrema sinistra e un lungo percorso nella vita politica italiana che dal Campidoglio lo porta in parlamento passando per la Margherita. Grigio, per nulla carismatico e con un linguaggio e una postura da democristiano di altri tempi, senza sprazzi che si possano ricordare, senza copertine, apparentemente senza scheletri nell’armadio. E ciò che più conta senza un seguito reale nel Partito, tantomeno nel Parlamento. Perfetto dunque per l’obiettivo che il presidente della Repubblica Mattarella si prefigge, quello di un passaggio senza scosse (e senza errori) da un vicolo cieco ad una situazione controllata ma aperta. Paolo Gentiloni diventa primo ministro ma non ha poi tanto potere in mano, difficilmente tradirà Matteo Renzi al punto che tutti definiscono il suo possibile governo un “Renzi-bis mascherato”. Dovrebbe cercare di portare il paese alle elezioni nella finestra temporale di aprile – giugno 2017 (vitalizi parlamentari permettendo che scattano a settembre, variabile questa assolutamente fondamentale in Italia) con in tasca una legge elettorale. Senza intaccare il potere renziano, e consentendogli anzi di rafforzarlo e di rimetterlo in partita. Ordinaria amministrazione, insomma, con la benevola supervisione di Mattarella e del buon Matteo. Che ora deve ripartire dal Pd, rassicurare i tiepidi e mandare segnali ai poteri forti. Questo premier farà le nomine delle grandi aziende pubbliche in primavera prossima e questo non è poco soprattutto in campagna elettorale. Mattarella ha bisogno di stabilità e di gestire al meglio la crisi senza colpi di teatro istituzionali e proprio questa prevedibile necessità ha prodotto le prime tensioni con il premier dimissionario che voleva votare subito per non essere rosolato a fuoco lento nel banchetto politico prossimo venturo. Renzi pare aver capito che ci vuole del tempo e quindi preferisce Gentiloni perché non ha parlamentari (l’ex premier pare ne conti una sessantina, uno dei possibili avversari interni, Franceschini, ne ha novanta) e dal suo punto di vista non costituisce quel naturale pericolo che i traghettatori divengono dopo essere stati un po’ al potere come è accaduto a Mario Monti, poi politicamente scomparso nel nulla che però danni nel breve ne possono fare. La ciliegina sulla torta della questione MPS aggiunge pepe ad una situazione già di per sé esplosiva. La Ue sta a guardare.

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