| categoria: Il Commento

Aria di fine legislatura?

di Maurizio Del Maschio
La politica italiana sta attraversando un’altra delle sue travagliate fasi di confusione. Si è concluso il lungo iter delle consultazioni, un rito stantio che continuerà con la preparazione della lista dei ministri da parte del Presidente del Consiglio incaricato Paolo Gentiloni Silverj e la sua presentazione alle camere per l’ottenimento della fiducia. Non si tratta di una personalità di primo piano, anzi. Il nome di questo aristocratico di origini marchigiane è legato soprattutto alla sua giovanile militanza nell’estrema sinistra e ai suoi tentativi di riforma dei mezzi di comunicazione e, in particolare, della RAI e di internet. Come Ministro per gli Affari Esteri non ha certo brillato, mantenendo l’Italia in un ruolo di secondo piano e collezionando gaffes, volute o meno, nei confronti Israele a proposito dell’ebraicità dei luoghi santi gerosolimitani indecorosamente negata dall’UNESCO. Peraltro, poco importerebbe se, come si spera, il suo fosse un governo limitato al tempo, auspicabilmente breve, necessario al varo di una legge elettorale uniforme per entrambi i rami del parlamento che consenta di andare alle urne entro la primavera.
Abbiamo assistito alla solita sfilata nello studio alla vetrata del Palazzo del Quirinale. Ben 23 delegazioni di formazioni presenti in parlamento si sono succedute, ma quelle che contano sono state consultate sabato: Lega, 5 Stelle, Forza Italia e Partito Democratico. E pensare che dalle urne delle ultime elezioni politiche del 2013 sono uscite solo 7 formazioni per la Camera e 6 per il Senato, segno evidente della volontà dei cittadini di semplificare la composizione del parlamento.
Peraltro, grazie all’inesistenza del vincolo di mandato, si continua ad assistere a tradimenti, reclutamenti e gemmazioni che rendono endemicamente farraginosa l’attività legislativa e precaria la governabilità del nostro Paese.
Con l’aria di una probabile imminente fine della legislatura c’è già chi si mobilita per trovarsi un posto in caso di nuove elezioni e chi cerca disperatamente di arrivare alla scadenza naturale della legislatura per garantirsi il vitalizio. Infatti, Con le dimissioni del Governo guidato da Matteo Renzi, conseguenti alla bocciatura della riforma costituzionale da parte dell’elettorato, è cominciato il consueto movimento teso a mantenere e, se possibile, aumentare le poltrone, le sedie e gli strapuntini del sottobosco della politica nazionale. È difficile spiegare altrimenti gli ultimi regali confezionati per amici e fedelissimi alla vigilia della consultazione referendaria, quando forse l’aria da fine impero già non consentiva più a molti di dormire sonni tranquilli. Si tratta di accaparrarsi
posti che garantiscono compensi non indifferenti, di decine di migliaia di euro annui. La fantasia non manca mai per individuare le funzioni più diverse, quasi sempre inutili, cercando di giustificare la proliferazione degli incarichi, non di rado anche all’ultimo momento utile, ben accolti anche se non si tratta propriamente di posizioni strategiche. Anzi, nella giungla del sottobosco politico, meno visibili sono e più facilmente passano inosservati. Così parenti, amici e “clienti” ai quali per i più disparati motivi si deve qualcosa, vengono soddisfatti. Si tratta di un andazzo che ha smentito clamorosamente tutte le solenni dichiarazioni di “rottamazione” delle vecchie logiche di potere e tutti gli annunci dell’attuazione di una nuova e vera svolta efficientistica e meritocratica. Altro che limpidezza e snellimento della macchina burocratica dello Stato! Siamo ancora in presenza, anche alla luce delle ultime manovre, della più classica e tradizionale prassi della Prima Repubblica caratterizzata da uno sfacciato clientelismo duro a morire. La casta, camaleontica, ipocrita e dissimulatrice, non si smentisce mai.
Inoltre, in parlamento ci sono più di 600 fra deputati e senatori che attendono con comprensibile ansia lo scoccare di una data fatidica: il 16 settembre 2017. Da quel giorno, infatti, scatterà il diritto alla loro pensione parlamentare, che matura nel momento in cui sono passati esattamente quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura. Quella in corso, infatti, è iniziata il 15 marzo 2013. Se si vota prima, addio vitalizio. Una vera disdetta (per loro) essere arrivati tanto vicini alla meta e vedersela sfuggire così, per una manciata di mesi. Il problema riguarda i deputati e i senatori che sono stati eletti per la prima volta al parlamento nel 2013. Peraltro, oltre ad essi vi sono pure molti di quelli subentrati a parlamentari che nel corso della legislatura hanno optato per altre cariche
incompatibili con il mandato parlamentare. In passato bastava un tempo irrisorio passato sui banchi delle camere e si aveva diritto alla pensione a vita, come sanno bene le decine di ex-parlamentari che ricevono ogni mese il vitalizio per essere transitati dal parlamento come meteore e i cui nomi sono sconosciuti a tutti o quasi. Infatti, a furor di popolo, il regime è stato modificato nel 2012, introducendo anche per i parlamentari il sistema contributivo, con la clausola dei 4 anni e mezzo minimi per ottenere il vitalizio. È poco ma è già qualcosa.
Per l’esercito di peones eletti per la prima volta, tornarsene a casa ad un passo dalla maturazione dell’agognata pensione dopo quasi quattro anni passati nell’olimpo dorato di Monte Citorio e di Palazzo Madama, sarebbe una deludente beffa. Infatti, i contributi versati fino allo scioglimento
delle camere, pari all’8,8% dell’indennità parlamentare lorda corrispondente a circa 1.000 euro al mese di contributi previdenziali, non si possono né ricongiungere ad altri profili previdenziali né riscattare, perché non soddisfano i requisiti previsti dalla vigente normativa pensionistica. Un problema che hanno già i contribuenti INPS, a cui viene peraltro richiesto un arco temporale di versamenti molto più lungo di quello dei privilegiati parlamentari. Molti di essi, investiti dal rischio di non vedersi riconosciuto il vitalizio, ora guardano a questa eventualità come ad una vera ingiustizia, ma ciò non può non suscitare le ire del popolo che per avere uno straccio di pensione deve sudare le proverbiali sette camicie.
I “preoccupati” sono la maggioranza dei parlamentari 5 Stelle, fra i quali molti sono giunti in parlamento disoccupati o avendo lasciato alle spalle lavori precari. Mentre Beppe Grillo e i capi del Movimento a gran voce chiedono il voto subito, anche con il finora tanto disprezzato Italicum, i 91 deputati e i 35 senatori pentastellati perderebbero tutti i contributi previdenziali versati se le elezioni fossero indette in tempi rapidi. Ma sono ancora di più i deputati a rischio pensione del PD (209), senza contare quelli della Lega, del Gruppo Misto, di SEL, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. Il problema del vitalizio può avere un peso non trascurabile nell’evolvere della crisi, perché nessuno di essi vuole staccarsi dalla sedia prima di aver maturato ciò che la legge gli garantisce. Sorge il
fondato sospetto che i peones parlamentari saranno disposti a votare la fiducia a chiunque voglia traccheggiare, anche contro l’indicazione dei loro leaders, pur di non perdere il vitalizio. Che senso del dovere e del servizio nei confronti del popolo italiano, che dignitosa coerenza, quali alti idealianimano la nostra classe politica! La casta rimane tale prima, durante e dopo le elezioni in conseguenza dei privilegi di cui ancora gode e ai quali non è disposta a rinunciare. C’è solo da
sperare che il Capo dello Stato non si nasconda dietro l’ipocrita paravento degli aiuti ai terremotati e degli impegni internazionali per prolungare questa legislatura oltre i limiti della decenza

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