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L’Appenino si ‘gonfia’ a causa della pioggia

Le montagne calcaree dell’Appennino, sede di importanti riserve d’acqua per città come Roma, Napoli e Bari, si ‘gonfiano’, ossia si deformano lateralmente anche di 10 millimetri, in funzione della quantità di pioggia che ricevono. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), in collaborazione con l’università del Sannio, l’università di Lione e la Società Acquedotto Pugliese.

L’Appennino assorbe acqua come una spugna
I ricercatori hanno analizzato i dati delle stazioni Gps della rete Ingv Ring, le variazioni di gravità misurate dal satellite Grace, di Nasa e Agenzia Spaziale Tedesca (Dlr), i dati sull’acqua caduta al giorno con la pioggia e quelli sulla portata della sorgente Caposele (Avellino), forniti dall’Acquedotto Pugliese. Lo studio si è concentrato soprattutto sull’Appennino tra Campania e Basilicata, ma il fenomeno è stato osservato anche nell’Appennino Laziale e Abruzzese. ”All’inizio non si capiva l’origine dei segnali delle stazioni Gps”, ha rilevato la prima autrice Francesca Silverii, che ha conseguito il dottorato presso l’Ingv. Lo studio ha mostrato che le deformazioni indicate dai segnali Gps sono collegate alle variazioni delle riserve d’acqua delle grandi masse calcaree dell’Appennino, che si espandono e si contraggono come spugne a causa della quantità d’acqua che ricevono da pioggia e neve durante il periodo di ricarica stagionale.

Si aprono importanti prospettive di ricerca
”Le deformazioni associate alle fasi di ricarica possono arrivare anche a una decina di millimetri” ha spiegato il coordinatore della ricerca, Nicola D’Agostino, dell’Ingv. Questa deformazione, ha aggiunto, ”si sovrappone al lento e costante allontanamento tra costa Tirrenica e Adriatica, dovuto al movimento delle placche, che è all’origine dei terremoti nell’area appenninica”. Di conseguenza, ha osservato, la scoperta aiuta anche a ”isolare i due tipi di deformazione e ci aiuterà a individuare con maggiore accuratezza le aree dove la deformazione tettonica si sta accumulando e verrà rilasciata in futuro da terremoti come quelli osservati negli ultimi mesi”. Per il geologo Francesco Fiorillo, dell’università del Sannio “questi risultati sono molto interessanti per la comprensione della caratteristiche e la gestione ottimale delle grandi riserve d’acqua dell’Appennino e aprono importanti prospettive di ricerca sugli acquiferi carsici”.

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