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Palazzo Barberini torna a vivere a Potsdam

maxresdefaultCostruito dal re di Prussia su modello di quello romano, riaprirà i battenti il 23 gennaio. Bombardato durante la Seconda guerra mondiale, ora è simbolo di pace

Uno scrigno di arte e cultura lega Potsdam a Roma. È Palazzo Barberini. Federico il Grande nel 1771 volle fosse costruito su modello della residenza in via delle Quattro Fontane della nobile famiglia toscana che dominó Roma dandole Papi e condottieri. Saloni immensi, marmi, stucchi, arazzi: un trionfo barocco cancellato dalle bombe della Seconda guerra mondiale e ora ristrutturato. Riaprirà i battenti il 23 gennaio prossimo. E, come il palazzo romano, il Museo Barberini “tedesco” ospiterà collezioni di arte. Arte moderna e contemporanea, opere raccolte dal mecenate Hasso Plattner che spaziano dall’Ottocento alla scultura nella Ddr, alle sperimentazioni del Terzo Millennio.
Debutto con i paesaggi dell’impressionismo resi celebri da Claude Monet. Duemiladuecento metri quadrati di spazio espositivo su tre piani, una caffetteria, il negozio del museo e una sala conferenze fanno del Palazzo Barberini il punto di partenza per chi vuole scoprire Potsdam, capitale del Brandeburgo. Città dall’anima nobile, nata per essere la Versailles dei re di Prussia e, nel bene e nel male, legata alla guerra. Al Neues Palais l’imperatore Guglielmo II firmó la dichiarazione di guerra alla Triplice Intesa che trascinò la Germania nel primo conflitto mondiale. Nel castello di Cecilenhof, costruito proprio da quel sovrano per l’erede al trono e la consorte Cecilia di Mecleburgo, il 17 luglio 1945 si incontrarono il presidente americano Harry Truman, il primo ministro inglese Winston Churchill e il Segretario generale del Partito Comunista e capo dell’Unione Sovietica Iosif Stalin per dare avvio alla conferenza di Potsdam che pose fine alla Seconda guerra mondiale e aprì la Guerra Fredda, con la divisione della Germania in due blocchi. Quello occidentale filoamericano e quello orientale fedele all’Urss. Ad unirli era il Glienicker Brücke, il ponte di ferro che collega Potsdam con Berlino. Terra di nessuno, divenuta celebre perché qui Russi e Americani su scambiavano gli agenti segreti catturati sul campo. Il Ponte delle spie è ora meta di turisti e curiosi.
Ma Potsdam non è soltanto guerra e pace. È una città di giardini, castelli e monumenti che testimoniano l’ascesa della dinastia degli Hohenzollern e la gloria della Prussia. Nel Seicento si trasformò da base di guarnigione nella sede di una delle residenze più sfarzose d’Europa. Il castello di Sanssouci, trionfo rococò; il Neues Palais che Federico il Grande fece costruire per gli ospiti della corte sono soltanto alcuni esempi. Nel 1990, subito dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione la straordinaria area di Potsdam venne dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ne fanno parte i parchi di Sanssouci, Neuer Garten, gli studi cinematografici di Babelsberg, quelli dove Marlene Dietrich girò “L’angelo azzurro”, l’isola dei pavoni con le sue fortezzee , naturalmente, il Ponte delle spie. Nel 1999 la lista venne ulteriormente ampliata: quattordici nuovi monumenti vennero inseriti, tra cui il castello di Lindstedt, il belvedere sulla collina Pfingstberg, la stazione ferroviaria e l’osservatorio astronomico. L’antica rimessa delle carrozze sull’Alter Markt accoglie ora la Casa della storia del Brandeburgo e della Prussia, dove riscoprire la grandezza della città degli imperatori. E, un passo più in là, il quartiere olandese: case a schiera con le finestre bicolore, cortili curati, caffè stravaganti e gallerie d’arte. Un angolo di Amsterdam nel cuore della Germania. Una visita a Potsdam non può dirsi completa senza un’escursione a bordo di uno degli antichi battelli a vapore che navigano lungo l’Havel, il fiume che la divide da Berlino. Un viaggio sull’acqua che parte, ovviamente, dal Ponte delle spie.

Al.Za.

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