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Ecco perché Marra resta in carcere. “A libro paga di Scarpellini”

raggi-marraRaffaele Marra resta in carcere, ecco perché. Le motivazioni dei Giudici del Tribunale del riesame scrivono che “la vicenda è di rilevante gravità, nella misura in cui mette in luce la spregiudicatezza dei protagonisti, in particolare del Marra, che non ha esitato a mettere a frutto, da anni, la propria posizione pubblica per ottenere vantaggi economici da un imprenditore, come Scarpellini, con significativi interessi in sede locale”. “Sin dal 2009 – proseguono i giudici – Marra si è messo a libro paga dell’immobiliarista e ancora nel 2016 ha dichiarato la propria fedeltà al patto già assunto, il che da un lato conferma la solidità del rapporto corruttivo tra i due, dall’altro è sintomatico della ferma intenzione del dirigente pubblico di proseguire sulla stessa strada che già importanti utilità economiche gli ha procurato”.

“È senz’altro attuale il pericolo di recidiva per chi, come il Marra, è venuto meno da anni ai doveri di fedeltà, di imparzialità e di perseguimento esclusivo dell’interesse pubblico che sullo stesso incombono, e ancora oggi non esita, nel rivolgersi al privato per avere altre utilità, a ribadire con determinazione la propria disponibilità a venire incontro, al bisogno, alle esigenze dell’imprenditore, dimostrando di non avere il benché minimo scrupolo ad impegnarsi permanentemente a compiere od omettere una serie indeterminata di atti ricollegabili alla funzione esercitata”.

È quanto affermato dai giudici del tribunale del riesame di Roma nel documento con il quale motivano il rigetto dell’istanza di scarcerazione avanzata da Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio finito agli arresti per corruzione insieme all’immobiliarista Sergio Scarpellini. Gli stessi magistrati, in un altro passaggio dell’ordinanza scrivono: “È superfluo sottolineare la gravità di una simile condotta, per la sua protrazione nel tempo (a partire dal 2009), per la gravità del danno procurato alla pubblica amministrazione (e indirettamente alla fiducia della collettività nella correttezza dell’operato dei pubblici funzionari), per l’intensità del dolo dell’indagato (che ha pervicacemente posto la pubblica funzione al servizio del proprio e dell’altrui privato interesse), per l’entità dell’illecito arricchimento conseguito (oltretutto nonostante le buone entrate assicurategli dall’attività svolta)”.

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