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Election day a giugno»: Renzi rilancia, ma è solo

Pd: Delrio, chi è che mette polveri sotto sedia Pd?««Le motivazioni della Consulta spostano poco o nulla…». A sera Matteo Renzi commenta con i suoi le argomentazioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale. «Ormai la partita è tutta e solo politica», non riguarda la tecnicalità del sistema di voto. Ma gli interessi, i calcoli, le mire, le aspettative delle varie forze politiche. Che al momento non appaiono componibili. E soprattutto riguarda la guerra esplosa dentro al Pd, dove il segretario rischia di finire in minoranza e perdere sia la candidatura a premier che il timone del partito.

Che la situazione sia esplosiva (e la trattativa paralizzata) è dimostrato dalla cronaca di una giornata convulsa. Per ore il tam tam del quartier generale del Nazareno ha indicato una rotta univoca: dimissioni di Renzi lunedì in Direzione e congresso subito, tra maggio e aprile, «per vedere con chi sta la nostra gente, se con Matteo o con Bersani…». Poi, soltanto dopo, l’apertura di un tavolo per la nuova legge elettorale. Obiettivo: trasferire l’Italicum e il premio di maggioranza anche al Senato (inclusi i capilista bloccati). Una road map che, implicitamente, spostava le elezioni al 2018.

LA GUERRA INTERNA
Ora dopo ora però la situazione interna al Pd si è ingarbugliata parecchio. E la road map ha cambiato itinerario e sbocco. Per un congresso dem che non diventasse la notte dei lunghi coltelli «serve un patto tra galantuomini», hanno frenato e spiegano al Nazareno. Patto che è ben lungi dall’essere stretto: mentre infatti i renziani dicevano «assise domani», la minoranza bersaniana riunita per tutto il giorno alla Camera, ha concluso i lavori al grido: «Niente congresso, prima le amministrative». «Altrimenti», ha spiegato Roberto Speranza, «il tutto si trasformerebbe in una gazebata».

Renzi, a quel punto, ha cominciato a vederci più chiaro. Ha fiutato il trappolone. Ha capito che i sussurri e le grida dei giorni scorsi su un possibile cambio di maggioranza interno al Pd era fondate, con il duo Franceschini-Orlando al lavoro. A tarda sera poi è arrivata «la prova provata»: in un’intervista all’Huffington, Andrea Orlando di fatto è candidato alla segreteria, spiegando che «al Pd occorre una Bad Godesberg programmatica», che ci vuole un partito e «un percorso che parli al Paese per i prossimi 20 anni». E, insomma, «bisogna costruire un nuovo Pd», altrimenti il rischio è che «salti tutto».

Quando c’era il Pci, Bad Godesberg veniva citata per spingere i comunisti a chiudere con l’Urss e a diventare una forza socialdemocratica (Giorgio Napolitano se li ricorda ancora gli inviti e le pressioni per recarsi nella cittadina tedesca), rispolverata adesso significa che, secondo Orlando, il Pd renziano non è all’altezza delle sfide: oltre alla rottamazione ci vuole la costruzione, etc. Da qui la contromossa del Nazareno: una vera e propria controffensiva. «Election day a giugno, mille comuni al voto, Sicilia e elezioni politiche, altro che congresso», ha scritto in serata su Tweetter l’arci-renziano Matteo Ricci, responsabile enti locali. E Dario Parrini, potente segretario regionale della Toscana, ha spiegato: «Non capisco quelli che prima volevano il congresso, poi noi diciamo ok e non lo vogliono più. E’ chiaro che a loro serve solo per indebolire, e possibilmente cambiare, segretario. Ma c’è ancora tutto lo spazio per votare a giugno».

LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA
Si riapre dunque la finestra del voto anticipato. Ma il premier Paolo Gentiloni da Londra invoca «stabilità» e assicura essere, il suo governo, «nella pienezza dei poteri». E i sempre più numerosi anti-renziani preparano un trappolone, architettato così: per andare alle assise anticipate Renzi deve dimettersi, a quel punto si va all’assemblea nazionale che ha due strade. La prima: confermare le dimissioni e avviare le procedure congressuali (iter pacifico e di routine). La seconda: eleggere un nuovo segretario a maggioranza (iter bellicoso). Le manovre dei giorni scorsi, le riunioni a ripetizione delle varie correnti, il gran parlare di assi fra Franceschini e Orlando, e per ultimo la scesa in campo esplicita del Guardasigilli, hanno trasformato le supposizioni in realtà concreta e percorribile. Renzi si dimette? Ecco pronta una nuova maggioranza che elegge un nuovo segretario, archiviando l’ex premier. Da qui il richiamo, in serata, di Renzi all’election-day in giugno e il rinvio implicito del congresso. C’è da capire se ci riuscirà. O se prima di lunedì non cambierà di nuovo strategia. La partita è delicata, è ormai una lotta per la sopravvivenza.

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