| categoria: editoriale

Assenti ingiustificate, le canzoni

Cosa resterà di questo festival? Niente, abbiamo il coraggio di dirlo, senza ipocrisie.Sempre peggio, noia mortale, imbarazzo, frustrazione. E’ tutto fatto con i soldi nostri. Almeno ne uscisse qualche bella canzone da ricordare, qualche bel personaggio da rivedere con piacere. Niente, Sanremo è Sanremo, ormai da anni, uno spettacolo trascinato per ragioni pubblicitarie e di cassetta per cinque giorni, senza sugo e soprattutto senza canzoni decenti. La musica è un corollario nella kermesse sanremese, banale, ripetitivo, questa volta sovrapposizione di stili televisivi consolidati, dai “talent” a C’è posta per te”. Comunque è fatta. E’ finita. Il rito collettivo è compiuto, liberiamocene prima possibile e torniamo alle cose serie. Ancora una lunga giornata televisiva di commenti, con improbabili commentatori e poi più nulla. Sentiremo per qualche settimana pezzi e intervista, e meno male che il vincitore è stato il meno banale di tutti, con una spruzzata di simpatia e un accenno colto che a Sanremo non ti aspetti. Qualcuno si chiede se non sia meglio chiudere il baraccone e pensare ad altro, o tornare alle origini, alla musica e ai talenti veri. Nel secolo scorso tre serate, l’ultima in diretta tv, solo canzoni, zero ospiti. Ma tutto questo non interesserebbe a chi ha i soldi, alla macchina della pubblicità, non ingrasserebbe nessuno. Qualcuno sostiene che Sanremo rappresenta tutti i limiti e i disastro dell’Italia di oggi, un paese alle corde, che non riesce più a trovare una identità e una ragione di riscatto. Non abbiamo bisogno di guardarci allo specchio. Stiamo già male per conto nostro.

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