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FOCUS/ Renzi per congresso lampo, la maggioranza ha dei dubbi

L’avvio del congresso anticipato, da esaurirsi entro due mesi con primarie aperte, magari a fine aprile. Matteo Renzi non sembra recedere dall’idea di lanciare subito la sfida per la leadership, annunciando domani in direzione le dimissioni da segretario: il percorso potrebbe essere avviato in un’assemblea Pd già il 19 febbraio. In queste ore si registra il pressing di una parte della maggioranza Dem per convincerlo a non affrettare i tempi e concentrare le energie sulla trattativa per la legge elettorale. Il segretario però non ci sta a farsi logorare da una minoranza interna che, notano i suoi, ogni giorno alza l’asticella delle pretese. Non elimina dall’orizzonte, anche se potrebbe non dare termini domani, l’idea di elezioni anticipate a giugno o a settembre. E rivendica di lavorare per l’unità, una rottura – osservano i suoi – sarebbe responsabilità della sinistra. Renzi trascorre la domenica a Pontassieve, tra la famiglia e la messa. Venerdì sera ha incontrato Andrea Orlando e proseguono in queste ore i colloqui con i dirigenti della maggioranza Dem. Da Firenze gli giungono le parole dei candidati in pectore della minoranza Michele Emiliano ed Enrico Rossi, con quest’ultimo che invoca un segretario di garanzia per gestire la fase congressuale. Ma dal Pd la risposta è netta: la richiesta è fuori dalle regole dello statuto. Se Renzi aprirà il congresso con le dimissioni presentate all’assemblea, lo statuto prevede una commissione congressuale e la permanenza degli organi statutari: dal presidente al tesoriere. Ma c’è di più. Lo stesso Renzi, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, resterebbe segretario, sia pur dimissionario, nella fase congressuale. A chi obietta invece che non si può fare il congresso in tempi troppo rapidi, la risposta dei renziani è che nel 2013 ci sono voluti due mesi. Dunque, i margini per chiudere il congresso con le primarie aperte a fine aprile ci sarebbero. Dalla minoranza, che frena il congresso per avere il tempo di compattarsi ma anche per rallentare la corsa del segretario alle urne, invitano però alla prudenza: le regole dello statuto, spiega un parlamentare, le scrive una commissione in cui la sinistra dovrà essere rappresentata e «lì non si possono fare blitz, perché Renzi non è un dittatore». Nella maggioranza, tra i parlamentari di area franceschiniana ma non solo, viene avanzato invece un altro tipo di perplessità: che la corsa al congresso oscuri «la vera partita» che è quella della legge elettorale. Come può un segretario dimissionario trattare con gli altri partiti?, è la domanda che serpeggia. Alla vigilia della direzione si registra così grande nervosismo: fino all’ultimo ci sarà chi proverà a correggere la road map renziana e non si possono escludere sorprese. Ma, sebbene la riunione di domani sia stata allargata anche a parlamentari e segretari regionali, a votare la linea saranno solo i membri della direzione e tra di loro il segretario ha una maggioranza schiacciante. E la sua idea al momento sarebbe quella di lanciare il congresso e invitare il Parlamento a fare in tempi rapidi la legge elettorale (negli interventi della direzione qualcuno potrebbe sollecitare un impegno del premier Paolo Gentiloni per un accordo). Ma tra i renziani c’è chi esibisce un articolo di Michele Ainis secondo cui si potrebbe votare anche con le leggi della Consulta: a marzo si potrebbe appurare che non ci sono margini di accordo, osservano, e a quel punto andare a elezioni a giugno, secondo lo schema iniziale. Ma la partita è ancora lunga e domani in direzione Renzi starà attento a tenere in primo piano «il Paese», a partire dall’economia, con i dati sul Pil attesi migliori delle previsioni. Il segretario dovrebbe essere molto duro con l’Europa e dire no a una manovra che contenga aumenti di tasse. In platea ad ascoltarlo ci sarà Pier Carlo Padoan e c’è chi non esclude che intervenga. Tra le voci che circolano, la possibilità che annunci la sua iscrizione al Pd.

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