| categoria: Il Commento

E’ ricominciato il teatrino della politica

di Maurizio Del Maschio

Dopo la sbornia del referendum che ha bocciato le sgangherate riforme sostenute dal duo Renzi-Boschi, tutto sembra essere tornato come prima. Si è ripreso il logoro rituale dove era stato interrotto all’inizio della lunga campagna referendaria. Di riforme, prima considerate giustamente urgenti, i politici non parlano più. I problemi economici (e non solo) che attanagliano l’Italia sembrano essere passati in secondo piano. L’illegittimità di un parlamento, la cui elezione è avvenuta sulla base una legge sostanzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale, sembra essere ormai disinvoltamente dimenticata. La sospensione della democrazia, dovuta a quattro governi non passati per il vaglio elettorale, appare un dettaglio trascurabile. Ora tutto si gioca sulla durata della legislatura e sulla legge elettorale, dopo l’ennesima bocciatura della Consulta della quale ora si conoscono le motivazioni per decidere il da farsi.
In realtà, dietro a tutto questo teatrino stantio e nauseante della nostra politica, ci sono solo due preoccupazioni. La prima è data dalla durata della legislatura. In parlamento ci sono più di 600 fra deputati e senatori che attendono con comprensibile ansia lo scoccare di una data fatidica: il 16 settembre 2017. Da quel giorno, infatti, scatterà il diritto alla loro pensione parlamentare, che matura nel momento in cui sono passati esattamente quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura. Quella in corso, infatti, è iniziata il 15 marzo 2013. Se si vota prima, addio vitalizio. Una vera disdetta (per loro) essere arrivati tanto vicini alla meta e vedersela sfuggire così, per una manciata di mesi. Il problema riguarda i deputati e i senatori che sono stati eletti per la prima volta al parlamento nel 2013. Peraltro, oltre ad essi vi sono pure molti di quelli subentrati a parlamentari che nel corso della legislatura hanno optato per altre cariche incompatibili con il mandato parlamentare. In passato bastava un tempo irrisorio passato sui banchi delle camere e si aveva diritto alla pensione a vita, come sanno bene le decine di ex-parlamentari che ricevono ogni mese il vitalizio per essere transitati dal parlamento come meteore e i cui nomi sono sconosciuti a tutti o quasi. Infatti, a furor di popolo, il regime è stato modificato nel 2012, introducendo anche per i parlamentari il sistema contributivo, con la clausola dei 4 anni e mezzo minimi per ottenere il vitalizio. È poco e ancora scandaloso, ma è già qualcosa. Per l’esercito di peones eletti per la prima volta, tornarsene a casa ad un passo dalla maturazione dell’agognata pensione dopo quasi quattro anni passati nell’olimpo dorato di Monte Citorio e di Palazzo Madama, sarebbe una deludente beffa. Infatti, i contributi previdenziali versati fino allo scioglimento delle camere, pari all’8,8% dell’indennità parlamentare lorda corrispondenti a circa 1.000 euro al mese, non si possono né ricongiungere ad altri profili previdenziali né riscattare, perché non soddisfano i requisiti previsti dalla vigente normativa pensionistica. Un problema che hanno già i contribuenti INPS, a cui viene peraltro richiesto un arco temporale di versamenti molto più lungo di quello dei privilegiati parlamentari. Molti di essi, investiti dal rischio di non vedersi riconosciuto il vitalizio, ora guardano a questa eventualità come ad una sorta di ingiustizia, ma ciò non può non suscitare le ire del popolo che per avere uno straccio di pensione deve sudare le proverbiali sette camicie. I “preoccupati” sono la maggioranza dei parlamentari 5 Stelle, fra i quali molti sono giunti in parlamento disoccupati o avendo lasciato alle spalle lavori precari, mentre desta qualche sospetto che Beppe Grillo e i capi del Movimento a gran voce chiedano il voto subito. Sono credibili? È solo una tattica diversiva o sono disposti a sacrificare la truppa per cogliere l’attimo fuggente del consenso? Sono ancora di più i deputati a rischio pensione del PD, della Lega, del Gruppo Misto, di SEL, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. Il problema del vitalizio può avere un peso non trascurabile nell’evolvere della dell’intricata situazione, perché nessuno di essi vuole staccarsi dal suo scranno prima di aver maturato ciò che la legge gli garantisce. Sorge il fondato sospetto che i peones parlamentari siano disposti a votare la fiducia a chiunque voglia traccheggiare, anche contro l’indicazione dei loro leaders, pur di non perdere il vitalizio. Che senso del dovere e del servizio nei confronti del popolo italiano, che dignitosa coerenza, quali alti ideali animano la nostra classe politica! La casta rimane tale prima, durante e dopo le elezioni in conseguenza dei privilegi di cui ancora gode e ai quali non è disposta a rinunciare. C’è solo da sperare che il Capo dello Stato non si nasconda dietro l’ipocrita paravento degli aiuti ai terremotati e degli impegni internazionali per prolungare questa legislatura oltre i limiti della decenza.
L’altra preoccupazione riguarda la legge elettorale con la quale si dovrà andare a votare. Si deve porre mano al varo di una legge elettorale omogenea per Camera e Senato al fine di garantire composizioni analoghe e perciò un’auspicata solida maggioranza, ma la casta non sembra avere una grande fretta. Oggi sull’urgente necessità di cambiare la legge elettorale c’è un accordo pressoché unanime, ma le motivazioni e gi obiettivi sono divergenti. C’è ancora una distanza abissale sulle modifiche da apportare. Svariate proposte circolano tra i parlamentari e al momento nessuna soluzione appare in grado di coagulare un sufficiente margine di consenso. Il rischio è che non si trovi una formula soddisfacente per tutti, oppure che si faccia un altro pasticcio.
Nel dibattito su quale sistema scegliere incidono due esigenze differenti. Forza Italia è tendenzialmente contraria ai sistemi che prevedano una componente maggioritaria (dove, cioè, in ogni collegio i vari candidati vanno allo scontro diretto e ottiene il seggio chi conquista la maggioranza dei voti). Quella formazione, infatti, non è molto radicata sul territorio e un sistema di questo tipo costringerebbe il partito di Silvio Berlusconi ad allearsi con la Lega e cedere al partito di Matteo Salvini numerosi collegi nel Nord del Paese. Nel PD invece, come dimostra il confronto al suo interno, prevale la preferenza per un sistema maggioritario in cui il partito può far valere la propria forza che, essendo molto concentrata in varie zone del Paese, può permettere una facile vittoria in numerosi collegi.
Un’altra esigenza nasce dalla distribuzione attuale dei consensi tra i partiti italiani. Ci sono tre o quattro partiti che si spartiscono la gran parte dei voti, quindi l’unico modo per escludere le grandi ammucchiate e sapere chi è in grado di governare la sera stessa delle elezioni è applicare una qualche forzatura con i premi di maggioranza oppure scegliere un sistema maggioritario simile a quello in vigore nel Regno Unito. Fintanto che lo scenario politico rimane diviso in 3-4 blocchi di medie dimensioni (PD, Cinque Stelle, Lega e Forza Italia), un parlamento che rispecchi la frammentazione dell’elettorato potrà esprimere una maggioranza solo grazie ad ampie e probabilmente instabili alleanze. D’altro canto, con un Paese così diviso, per molti appare azzardato adottare un sistema elettorale in grado di assegnare la maggioranza a una forza parlamentare votata soltanto da una minoranza dell’elettorato. Il PD fin qui era orientato ad premio di maggioranza al partito egemone della coalizione, ma ora sembra fare marcia indietro. Molto del futuro della legge elettorale dipenderà dalle trattative parlamentari, dall’abilità tattica dei singoli leader politici e dalla loro volontà di raggiungere un compromesso. Eppure, per semplificare il quadro degli schieramenti basterebbero due semplici provvedimenti: Alzare almeno all’8% la soglia d’ingresso per i singoli partiti, che si presentino da soli o in coalizione e introdurre il vincolo di mandato.
Tutto sembra dimostrare che le vere riforme la casta non le vuole (e non le sa) fare. I grandi partiti vogliono solo garantirsi il monopolio nell’esercizio del potere e i piccoli non si rassegnano a scomparire e cercano disperatamente di continuare a contare qualcosa. Intanto il Paese aspetta… I privilegiati parlamentari vogliono avere le mani libere per fare ciò che loro garba alla faccia dell’elettorato. Intanto, l’economia va in pezzi, il denaro pubblico continua ad essere dilapidato, il fisco è sempre più insopportabile, il clientelismo impazza e la corruzione dilaga a tutti i livelli.

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