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Pd, lo scontro finale. Renzi vuole il voto, altolà delle correnti

La febbre del Pd è sempre più alta in vista della maxi adunata di oggi che dovrebbe definire i tempi del congresso e delle primarie da tenersi probabilmente ad aprile. Oggi, nel primo pomeriggio a Roma, sono convocati i membri della direzione del Pd, i 400 e passa parlamentari e oltre un centinaio di segretari provinciali. Ci sarà anche il premier Gentiloni, probabilmente il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e anche – ma non è confermato – i principali esponenti delle minoranze interne a partire da Pier Luigi Bersani e, forse, Massimo D’Alema.

Renzi dovrebbe lanciare l’anticipo del Congresso e dunque annunciare le dimissioni che saranno formalizzate successivamente. Non si dovrebbe parlare esplicitamente di elezioni anticipate anche se tutti sanno che il segretario non ha rinunciato a questa ipotesi.

DUE ELEMENTI
Lo scontro interno che anche ieri ha provocato una ondata di dichiarazioni al vetriolo è dovuta a due elementi. Primo: le minoranze non si fidano di Renzi e chiedono di concordare le regole del congresso e di evitare blitz sui tempi. Secondo: una parte della stessa maggioranza renziana resta contraria alle elezioni anticipate. Se a tutto questo si aggiunge che nel Pd girano molte idee e molto diverse fra loro sulla nuova legge elettorale e che in ballo ci sono centinaia di candidature alle prossime elezioni si capisce che la tensioni si tagli con il coltello.

Ieri dai corridoi del Nazareno è filtrato il testo di una lettera agli iscritti che Renzi ha intenzione di spedire nei prossimi giorni. Lettera molto chiara: «Ora abbiamo bisogno di due cose – è il Renzi-pensiero – un grande coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare. Ma chi perde primarie o congresso rispetti il voto. L’Italia sembra tornata alla Prima Repubblica». Risultati che Renzi intende ottenere celebrando un congresso con le regole dello Statuto attuale (quindi non pensato da lui) che prevedono un congresso dei circoli del partito ma l’elezione del segretario con primarie popolari.

Dalle minoranze si sono fatti sentire Gianni Cuperlo che chiede un “congresso vero e non una gazebata” evocando la scissione, Michele Emiliano, presidente della Puglia, che è tornato ad attaccare duramente il segretario ed Enrico Rossi, presidente della Toscana, che ha proposto la nomina di un segretario di garanzia per la fase congressuale. Dal Nazareno ha bruscamente replicato Lorenzo Guerini, vicesegretario solitamente molto rotondo: «Si è superato il livello di guardia. Basta con la tattica del logoramento».

Non a caso alla vigilia dell’adunata, a spezzare una lancia contro le elezioni anticipate è stato l’ascoltatissimo ex premier dell’Ulivo Romano Prodi: «Si voti nel ‘18 – ha dichiarato Prodi – e si faccia una legge elettorale con piccoli collegi uninominali per far emergere una classe politica qualificata». Prodi si è tenuto fuori dal dibattito interno al partito: «Non sono iscritto al Pd da tre anni». Ma ha dichiarato stima per l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia titolare del progetto di una formazione a sinistra del Pd che si allei con i Democrat. «Ho passato la mia vita a mettere assieme i riformismi: auguro al centrosinistra di riprendere il vigore che aveva 15 anni fa», ha chiosato Prodi.

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