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L’arte italiana di arrangiarsi, un malato terminale su dieci decide di morire attraverso la sedazione palliativa

E’ un paradosso, un compromesso tutto italiano per aggirare il problema. Nel nostro paese un malato terminale su dieci sceglie la sedazione palliativa per mettere fine alle proprie sofferenze. «Sedazione palliativa profonda», la chiamano i medici. La legge oggi lo consente quando la malattia è inguaribile e in stato vicino alla morte, con sintomi dolorosi, ma anche gravi crisi respiratorie, delirio o stress psicologico, refrattari a qualsiasi trattamento. Durante la sedazione, su richiesta del malato, il medico può smettere di alimentare artificialmente il paziente o interrompere le terapie. La morte sopraggiunge da sé ma nessuno può chiamarla eutanasia, perché non c’è dottore o infermiere che l’abbia direttamente provocata.
In attesa di una legge sul fine vita in Italia si va avanti così, con situazioni che diventano molto più complicate da gestire quando il malato oramai ha perso lucidità e non può più dire la sua. Perché allora la volontà dei familiari o la loro testimonianza possono non bastare.
Quando il dolore diventa insopportabile o se la malattia degenera senza possibilità di guarigione una legge l’Italia ce l’ha già ed è all’avanguardia in Europa. È la 38 del 2010, quella che ha istituito la rete per le cure palliative. Secondo un’indagine della Fondazione cure palliative solo il 30% dei pazienti oncologici riesce ad accedere ai servizi dei quali avrebbe diritto. Che sul come accompagnare dignitosamente un malato al fine vita qualcosa si stia muovendo lo dimostra la rete degli Hospice, che sono oramai 230 in Italia e assistono 2300 pazienti terminali con maggiore premura e umanità di quanto non sarebbe possibile garantire nei normali ospedali. La legge sul fine vita dovrebbe andare in Aula alla Camera a giorni, ma sul testo è ancora scontro tra l’ala laica e quella cattolica. Dividono le Dat, dichiarazioni anticipate di trattamento, con le quali chiunque, anche non malato, può esprimere la sua volontà sul fine vita in caso di malattia incurabile. Una norma che trasformerebbe il medico in un notaio autorizzato a compiere pratiche non meglio precisate, secondo chi storce il naso davanti alla legge. Una procedura troppo burocratica, perché richiede il vaglio di un notaio o di un ufficiale giudiziario secondo l’opposta sponda. C’è chi vorrebbe introdurre l’obiezione di coscienza per i medici e chi, dal fronte opposto, lamenta come nella «condivisione delle cure» tra medico e paziente alla fine sia il parere del primo a prevalere.

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