| categoria: Il Commento

Stati Uniti e Israele, prove tecniche di disgelo

di Maurizio Del Maschio
La visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti e il primo incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca costituiscono un evento importante, soprattutto per Israele. Dopo otto anni di ostilità mostrata senza alcun ritegno da Barack Hussein Obama, che ha contribuito non poco all’ostilità diplomatica e mediatica nei confronti dello Stato ebraico, ora a Washington c’è di nuovo un interlocutore non prevenuto, anzi dichiaratamente amico. Ciò non
soltanto perché la figlia e il genero sono ebrei, ma soprattutto per una personale e profonda convinzione etica del Presidente americano.Israele, come gli Stati Uniti, è una nazione all’avanguardia nell’innovazione, autosufficiente, in grado di difendere la propria valuta nazionale, da eventuali attacchi ostili, capace di tenere i propri conti in ordine, sempre pronta ad aiutare gli altri in difficoltà ma pure a difendersi quando si vede minacciata. Come gli Stati Uniti, è uno Stato democratico, liberale, pluralista, sostenitore dell’economia di mercato e incoraggiante la libera impresa. È pure la sola vera democrazia fra l’Europa e l’India, circondata, ma non impaurita, da Stati islamisti e totalitari, i cui cittadini sono vittime di guerre, del terrorismo e di miliziani privi di ogni rispetto per i diritti umani.Netanyahu e Trump sono molto diversi. Il primo è un diplomatico e un politico un po’ introverso,grande oratore, proveniente da una famiglia della media borghesia intellettualmente evoluta che ha dato molto alla patria. Il secondo è un sagace uomo d’affari, dotato di una disinvolta comunicatività, un po’ volutamente grossolana e ricchissimo. Tuttavia, essi hanno certamente la possibilità di intendersi, perché, pur nella loro diversa personalità, hanno molto in comune: hanno una formazione pratica, conoscono i rapporti di forza e li rispettano, condividono alcune idee fondamentali come la convinzione che l’elemento più pericoloso nella politica attuale sia l’islam nella sua espressione più retriva, una salda fiducia nella forza e nel negoziato, con un istintivo senso dell’urgenza della loro missione in un mondo profondamente compromesso e dilaniato dagli errori compiuti dalla sinistra.
Netanyahu e Trump si conoscono già, hanno già avuto modo di comprendersi reciprocamente.Hanno pure dei problemi comuni, come una sinistra interna aggressiva e personalistica, che cerca di recuperare la sconfitta patita sul piano confronto delle idee e della competizione elettorale con improbabili delegittimazioni personali del vincitore, una magistratura politicizzata che pretende di dettare le linee operative alla politica sulla base di ideologie preconcette incurante della volontà degli elettori. Certo, non tutto sarà facile, perché né Netanyahu né Trump agiscono da soli e senza condizionamenti, in un mondo senza avversari. Anzi, ne hanno parecchi anche all’interno del loro stesso schieramento. Non è detto che Trump possa fare ciò che vuole a favore di Israele, come spostare subito l’ambasciata a Gerusalemme, dato che si trova affiancato da un Dipartimento di Stato inaffidabile e anti-israeliano, da servizi segreti costruiti dai democratici che se potessero lo deporrebbero, da un Congresso dove l’opposizione esplicita e distruttiva dello sconfitto Partito Democratico trova sponda nei settori più retrivi del Partito Repubblicano. Tuttavia, dalla parte di Israele tradizionalmente c’è il popolo americano, che sa riconoscerlo come il migliore amico degli
Stati Uniti nel mondo.
Insomma, bisognerà vedere che cosa accadrà davvero fra i due e che cosa sarà reso pubblico.Peraltro non bisogna farsi soverchie illusioni. I processi storici sono lunghi e sempre alle prese con con ostacoli di vario genere. Ma avere un presidente americano che garantisce una copertura all’ONU, che individua il pericolo islamico anche nell’Iran, che non si sente in debito con le bande terroriste di Ramallah e di Gaza è già un grande progresso. Trump è alla Casa Bianca da neppure un mese e deve affrontare un sabotaggio giudiziario, parlamentare e mediatico continuo. Ha fatto già molte cose importanti, ha iniziato le tappe di un cammino significativo, ma è ancora all’inizio. La sua azione potrà essere valutata non in occasione di questo primo incontro con Netanyahu, ma almeno del prossimo che, verosimilmente, avrà luogo in Israele o in occasione della prossima crisi mediorientale. In un video pubblicato in questi giorni sui social media, il primo ministro Netanyahu ha sottolineato la pluralità della società israeliana e il miglioramento delle pari opportunità nello Stato ebraico per i cittadini arabi del Paese. Egli ha ricordato che ci sono due realtà che riguardano le minoranze in Medio Oriente. Il mondo arabo è lacerato dall’odio per le minoranze: yazidi, cristiani, bahai, curdi, zoroastriani ed altri, mentre in Israele, le minoranze prosperano. Israele ha oltre un milione di cittadini arabi. Godono dell’uguaglianza di fronte alla legge, e lo Stato sta lavorando affinché godano anche di pari opportunità. Ecco ciò che è stato realizzato negli ultimi dieci anni: il numero di arabi che lavorano nell’high-tech in Israele è decuplicato, gli studenti arabi che studiano presso il Technion, il MIT di Israele, sono triplicati, i giudici arabi sono quasi raddoppiati, un giudice arabo della Corte Suprema è stato Presidente del Comitato centrale elettorale incaricato di supervisionare le elezioni nazionali, la partecipazione araba alla forza lavoro è cresciuta in modo significativo, la disoccupazione araba è diminuita e per la prima volta nella storia di Israele e gli arabi, cristiani e musulmani, hanno cominciato a partecipare alla difesa nazionale prestando servizio militare.
L’economia israeliana è tra le più avanzate e diversificate, l’agricoltura è all’avanguardia. Israele non possiede grandi riserve di fonti di energia, ma ha un Prodotto Interno Lordo invidiabile e la sua ricchezza è dovuta in gran parte dalla tecnologia avanzatissima nei più disparati settori e gli investimenti stranieri sono in continua crescita.
Questa non è esattamente l’immagine che si ha di Israele leggendo alcuni media nostrani, ma questisono i fatti. La potenza di Israele non risiede solo nelle sue forze armate. Israele è forte a causa del suo spirito caratterizzato dalla fede, dal patriottismo, dalla pazienza, dalla tolleranza, dal pluralismo. È auspicabile che sempre più Stati di quella travagliata regione comincino ad emularlo e a trattare le minoranze con la dignità e il rispetto che meritano tutti gli esseri umani. Ma questo sui nostrimegafoni della sinistra, tradizionalmente ostili ad Israele, non viene segnalato.

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