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Del Rio: “Da Matteo neanche una telefonata…”. Imbarazzante fuori-onda alla vigilia dell’assemblea Pd

Siamo alle comiche finali, il Pd resta unito pro forma, con il nastro adesivo, ma le forze centrifughe sembrano avere la meglio. Poi arriva un fuori onda pesante come un macigno a dare la misura dell’aria che tira. “Non ha fatto neanche fatto una telefonata, su… come cazzo fai in una situazione del genere a non fare una telefonata?»: a dirlo, parlando con Michele Meta dell’atteggiamento di Matteo Renzi rispetto alle ipotesi di scissione del Pd, è il ministro Graziano Delrio. Un video «fuori onda», pubblicato dal Fatto Quotidiiano ripreso durante un incontro sul trasporto pubblico della Capitale e finito ovviamente su tutti i giornali. Delrio risponde a Meta che gli chiede: «Lui si adopera per contrastare sta roba, Matteo?».Quel «fermatevi» agitato, gridato quasi, da Bersani suona come un «addio» alle orecchie di Renzi. Si dice «fermi tutti», va letto «scissione». «E’ da tempo che la stanno preparando, non sono sorpreso», avrebbe sibilato Matteo il leader con i suoi, spiegando che lo sbocco della vittoria del No al referendum, secondo la ex minoranza ora sul punto di andarsene, erano le dimissioni del segretario con congresso immediato. Che infatti avevano chiesto, salvo poi pentirsene quando hanno visto e capito che di fare le valigie Matteo il pugnace non aveva neanche l’intenzione. Ultimi tentativi di mediazione nel Pd in vista dell’assemblea di domenica. Matteo Renzi telefona a Michele Emiliano. “Matteo Renzi – scrive su Facebook -mi ha chiamato e abbiamo parlato. Spero che il nostro confronto sia utile alle sue prossime decisioni”.
«Hanno uno strano concetto di democrazia. Restano solo se il capo lo decidono loro, ed è chiaro che non devo essere io», ha poi spiegato ai suoi Renzi, che comunque non rinuncia a un ultimo appello: venite al congresso, lo avete chiesto voi. Il segretario e i suoi aggiungono: ci abbiamo provato fino all’ultimo, ma è tutto pretestuoso, non hanno leadership né numeri.
Si conclude la storia del Pd per come è stata conosciuta finora. Chiude i battenti quel partito nato dalla fusione tra Ds e Margherita che doveva sussumere l’Ulivo per andare oltre, anche elettoralmente, come in effetti riuscì a fare (quasi 34 per cento con Veltroni leader, oltre il 40 per cento con Renzi, più o meno gli stessi voti in cifra assoluta). La separazione non consensuale dovrebbe avvenire domenica all’assemblea nazionale del Pd: dopo i primi interventi, uno della minoranza si alza, va alla tribuna e legge un documento nel quale sono illustrate le ragioni della scissione, quelli già elencati da Pier Luigi Bersani nella sua lettera sul «fermatevi» («il Pd è diventato il partito personale di uno», l’accusa più acuminata).
Renzi è già in movimento per recuperare sul versante sinistro: ha visto a Milano Pisapia, che in prospettiva sarà alleato elettorale. Ha avuto il pronunciamento di quanti vengono dai Ds e intendono restare nel Pd, non meno significativi di quelli sul punto di andarsene: Fassino, Martina, Orlando (che dice «la minoranhza ora dia segnali»), Orfini. Un posto particolare dovrebbe toccare a Walter Veltroni, non molto coinvolto in tutto questo tempo, ma rispetto al quale è in atto una vera e propria operazione recupero, tanto che l’Unità dà la notizia che sarebbe Veltroni ad aprire l’assemblea di domenica. Nel frattempo, che non guasta, Renzi ha annunciato che il congresso prossimo venturo intende farlo al Lingotto, luogo storico di lancio del Pd veltroniano.

L’assemblea di domenica sarà preceduta da una kermesse domani a Testaccio, che vede in cartellone i tre principali oppositori a Renzi, che in un primo tempo dovevano sfidarlo al congresso, ma che adesso sono già sull’uscio pronti a dire addio. Si tratta di Enrico Rossi, Roberto Speranza e Michele Emiliano. Tutti e tre fanno bella mostra su un manifesto di convocazione a sfondo rosso rossissimo, con lo slogan rivoluzione socialista in alto e lotta per il socialismo in basso.

In un primo tempo si era pensato a una burla, ma il tutto risulta vero e confermato. C’era una cellula socialista dentro il Pd, dormiente, una corrente politica pre-Bolognina, prima della svolta che portò Achille Occhetto a chiudere il Pci per approdare ad altri lidi, non certo a quelli socialisti («non sono uscito dalla tradizione comunista per approdare a quella socialista», amava ripetere Akel ai tempi). A Testaccio parlerà anche Pietro Folena, che fu reggente dei Ds in un altro momento di crisi e di passaggio; ci sarà Emanuele Macaluso che sogna da sempre il partito socialdemocratico, oltre ovviamente a Bersani e a D’Alema, factotum di tutta l’operazione.

«Certo che questi dirigenti ci hanno giocato un bel tiro», ragionava alla Camera Fausto Raciti, segretario siciliano ex dalemiano, «dieci anni fa ci hanno spiegato che la prospettiva era fare il Pd, che come Ds eravamo sterili, che quella era l’unica strada, adesso se ne vanno e ci lasciano qui manco dovessimo fare gli indipendenti di sinistra dentro il Pd». Sconsolato anche Gianni Cuperlo, che fino alla fine ha lavorato per evitare la frattura: «A Matteo avevo detto che doveva e poteva tentare un’operazione di allargamento, gli spazi c’erano. Niente. Adesso rischiamo di favorire l’avvento della destra. Elettoralmente, ci sono due scuole di pensiero: che divisi prendiamo più voti che come Pd; oppure, la seconda, che disperderemo le forze. Temo sia più vera la seconda

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