| categoria: Il Commento

La doppia sfida all’Ok Corral

di Maurizio Del Maschio
L’indegno spettacolo da sfida all’“OK Corral”, sia a destra sia a sinistra dello schieramento parlamentare, induce a fare qualche riflessione sulla sorte della democrazia che sta logorandosi in tutto l’Occidente e segnatamente nella nostra Italia. La faida tutta interna al PD sta paralizzando la politica nazionale. In un Paese civile, la sconfitta referendaria su un tema tanto scottante quanto quello della riforma costituzionale avrebbe indotto a prendere atto che, stante la situazione a dir poco costituzionalmente irregolare del nostro
parlamento, dal momento che tutta l’attività politica era concentrata sulle riforme così naufragate e
conosciuta la pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, sarebbe stato logico rompere gli indugi, adeguare la normativa al dettato della Consulta estendendolo pure al Senato e rapidamente consultare l’elettorato per definire il governo dell’Italia per i prossimi cinque anni.Invece, siamo costretti a rimanere sempre sul crinale dei tentennamenti tra la fine anticipata della legislatura o il prolungamento della sua agonia. Se la condizione per mantenere unito il Partito Democratico è l’abbandono di Matteo Renzi, l’interessato dimissionario Segretario ha già risposto che intende ricandidarsi. Pertanto, logica vuole che si traggano le conseguenze: al congresso l’ardua sentenza. Il PD è un partito artificioso. Per certi aspetti assomiglia alla vecchia Democrazia Cristiana frammentata in correnti tenute insieme solo dalla volontà di rimanere aggrappati al potere. L’anima figlia della DC e quella figlia del Partito Comunista sono inconciliabili ma stanno insieme solo per convenienza e l’Italia vede anteposta la soluzione del dilemma scissione sì o scissione no agli urgenti problemi che l’attanagliano. Possono cambiare abito esteriore, ma i democristiani restano sempre democristiani, come i comunisti restano sempre comunisti. Ne è la riprova la riunione della minoranza all’opposizione caratterizzata dal canto del rispolverato inno “Bandiera rossa”.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Sul versante del centrodestra si assiste ad un’altra faida fra Forza Italia e Lega, fra Berlusconi e il duo Salvini-Meloni. Il primo attende impazientemente il verdetto della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per poter icandidarsi alla guida di un altro governo. Perciò, auspica che le elezioni ritardino e si facciano dopo la sospirata ed auspicata sentenza favorevole. Inoltre, non vuole le primarie, temendo, a ragione, di non avere più il plebiscitario consenso di un tempo. Al contrario, Salvini spinge per elezioni in tempi rapidi e subordina l’alleanza con FI alle primarie, perché i sondaggi gli darebbero ragione. Sullo sfondo di
questo tragico scenario da prima repubblica si inserisce la lotta tra i grandi partiti che non vogliono perdere la propria egemonia e i piccoli che non vogliono scomparire.
A preoccupare gli uni e gli altri c’è il terzo incomodo: il Movimento 5 Stelle, nei confronti del quale si sta muovendo tutta la macchina bellica della sinistra che lo considera l’avversario più pericoloso.
In effetti lo è, perché mostra di non accettare le regole del sistema partitocratico (anche se le sue non sono certo migliori e neppure molto chiare) e per questo gode di largo consenso. Peraltro, la mostruosa e autoritaria configurazione gerarchica e organizzativa unitamente all’inesperienza e variegata spinta ideologica dei suoi componenti, costituiscono un punto debole che incide non poco sulla sua affidabilità. Roma docet.Viviamo in un Paese dove la disaffezione alla politica cresce ogni anno di più. Tutto ciò è funzionale alla casta, soprattutto alla sinistra. Infatti, il suo è un elettorato ad alto indice di fedeltà, mentre quello di centrodestra è più fluido, più instabile. Sono anni che l’astensionismo continua a crescere fino a raggiungere un’entità analoga a quella di chi a votare continua ad andarci. È un segno di rifiuto di questo modo di fare politica e di protesta per il preoccupante livello di corruzione, clientelismo, nepotismo e favoritismo che ha raggiunto livelli insopportabili e vergognosi. Ma i cittadini non si accorgono che, sia esercitando il diritto di voto (che non è più un dovere civico) sia astenendosi dall’andare alle urne, non hanno alcuna possibilità di uscire da questo ingannevole teatrino in cui anche gli apparenti cambiamenti finiscono per non incidere granché sull’egemonia partitocratica che caratterizza la politica italiana. Questo gli Italiani lo stanno
capendo, ma la loro reazione è ancora troppo debole e inefficace, non preoccupa la casta che detiene
saldamente il potere. Il giorno dopo che si è consumato lo sterile rito elettorale, la distanza fra i
cittadini e la casta torna ad essere quella di sempre. È auspicabile che questo clima da basso impero
finisca presto e sia spazzato via questo regime iniquo camuffato da democrazia.
Oggi si assiste ad una subdola e progressiva violazione dei principi fondamentali della democrazia,
quelli che, nella tradizione liberale, riconoscono nel popolo la detenzione della sovranità non solo
formale, ma pure sostanziale. Invece, il potere è esercitato dalla casta dei delegati con l’arroganza,
più o meno rozza o raffinata, tipica di chi detiene arbitrariamente la sovranità. In altri termini, le
elezioni finiscono per essere solo la foglia di fico che legittima l’esercizio di un potere sovrano e
non delegato, cioè sopra il popolo anziché in nome del popolo, il quale non può esercitare la
sovranità sostanziale che gli consentirebbe di spazzare via la casta dei delegati che non si attengono
al mandato ed essi conferito ma agiscono liberamente a proprio piacimento.
La forma partito, così come vige in Italia, necessita di un’urgente riforma. Dovrebbe essere
modellata sulla falsariga dei partiti anglosassoni, trasformandosi in una sorta di comitato elettorale
senza ingerenze sull’attività degli eletti che non devono prendere ordini dagli apparati ma esserne
svincolati per decidere in autonomia e secondo coscienza rispondendo solo agli elettori e non alle
segreterie, alle direzioni, alle assemblee e ai congressi dei partiti nelle cui liste sono stati eletti.
C’è una persistente crisi della democrazia nei sistemi democratici più longevi e sperimentati e oggi
presenta dei tratti inediti che richiedono approcci nuovi, dal momento che alcuni meccanismi sono
logori. Le democrazie consolidate hanno bisogno di aggiornare i propri sistemi politici per
affrontare i problemi interni e per mostrare all’estero un’immagine corretta ed efficace. Alcuni Paesi
hanno già avviato questo processo. In altri, come in Italia, c’è una forte resistenza da chi di fatto
detiene il potere. Il modo migliore per limitare il potere degli interessi particolari è limitare il
numero delle competenze di cui lo Stato può occuparsi. Una democrazia è tanto più sana quanto più
“leggero” è lo Stato. Le democrazie mature, come quelle nascenti, richiedono adeguati interventi di
limitazioni e garanzie sui poteri degli eletti.
Simmetricamente, maggior potere di decisione va riconosciuto verso il basso, attraverso un vero e
concreto decentramento del potere a livello locale. In altri termini, la via federalistica
contribuirebbe non solo una più efficace, chiara e razionale organizzazione del potere, ma
consentirebbe anche un maggiore controllo da parte dei cittadini. Localismo e globalizzazione,
anziché ignorarsi od opporsi, possono contemperarsi. In tal modo, si contribuirebbe efficacemente
al rafforzamento della democrazia invece che alla sua demolizione.

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