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Suicida in cella a 22 anni. Il garante: non doveva stare là

È morto a 22 anni nel più classico dei modi utilizzati in carcere per togliersi la vita: impiccandosi con un lenzuolo legato a una grata. E forse non avrebbe neanche dovuto trovarsi in cella: il ragazzo era ospitato in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems, strutture che hanno preso il posto degli Ospedali psichiatrici giudiziari), ma da lì era scappato. E le forze dell’ordine lo avevano ripreso e condotto in carcere. È accaduto ieri sera nel penitenziario romano di Regina Coeli. Alle 23.00, nella seconda sezione del terzo piano. Secondo quanto riferito dal sindacato penitenziario Fns-Cisl, il personale penitenziario è intervenuto «immediatamente» ma «nulla è servito a salvarlo». Duro il commento del Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia: «a questo ragazzo erano contestati solo reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Reati tutto sommati irrilevanti e legati al fatto che era andato via dal Rems. E allora mi chiedo, perché non è stato riportato al Rems? Perché si trovava in carcere? Aveva problemi significativi da un punto di vista psichiatrico, quindi era incompatibile col regime carcerario. Questo suicidio si poteva evitare». Indignazione esprimono Patrizio Gonnella (Antigone) e Stefano Cecconi (campagna Stop Opg), che ricordano come questo episodio avvenga a pochi giorni dalla chiusura definitiva degli Opg, i famigerati ospedali psichiatrici giudiziari sostituiti, appunto dalle Rems. «Non si cura mettendo dietro le sbarre – denunciano – bensì affidando le persone, e ancor più i ragazzi, al sostegno medico, sociale, psicologico dei servizi del territorio». Sempre ieri, un altro detenuto si era tolto la vita nel carcere bolognese della Dozza, e due giorni prima, un altro si era ucciso nel carcere di Poggioreale a Napoli; due morti che portano il totale dei suicidi in carcere dall’inizio dell’anno a dieci. Tre suicidi in quattro giorni, denuncia il sindacato Sappe, che «evidenziano come i problemi sociali e umani permangano nelle prigioni del Paese, lasciando isolato il personale di polizia penitenziaria a gestire queste situazioni di emergenza». «Ogni 9 giorni – dice il segretario del Sappe Donato Capece – un detenuto si uccide in cella mentre ogni 24 ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 suicidi in cella sventati dalle donne e dagli uomini della polizia penitenziaria. Aggressioni, risse, rivolte e incendi sono all’ordine del giorno e i dati sulle presenze ci dicono che il numero di detenuti è in aumento. E la polizia penitenziaria ha carenze di organico pari ad oltre 7.000 agenti». Numeri che, secondo il presidente della Camera Penale di Roma, Cesare Placanica, «confermano quello che è sotto gli occhi di tutti, e che solo chi dovrebbe vedere non vuole vedere. Condizioni di detenzione inumane. Una violazione continua della dignità personale. Quando ci si occuperà seriamente degli uomini e delle donne ristretti in carcere? Quanti morti ancora saranno necessari perché certe coscienze comincino a rimordere?». Per i Radicali, infine, il suicidio del 22enne «deve far riflettere sulla necessità di voltare decisamente pagina rispetto al binomio pena-misura di sicurezza». «La battaglia, sacrosanta, contro gli Opg deve ora lasciare il posto a un più deciso intervento di riforma, che abroghi le misure di sicurezza» per i malati psichiatrici.

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