| categoria: Il Commento

La disinformazione imperante

di Maurizio Del Maschio

Oggi va di moda definire tutto con termini anglosassoni. Non fanno eccezione le notizie false denominate in Inglese “fake news”. Il termine è salito alla ribalta della cronaca in occasione della feroce campagna elettorale presidenziale americana essendo stato utilizzato da Donald John Trump che ha accusato i media di propalare notizie false per ostacolare la sua vittoria ed ora persistono nel loro intento di ostacolare la sua amministrazione.
Chi non ricorda le accuse, rivelatesi poi infondate, lanciate dai media occidentali in particolar modo italiani, riguardo alle “atrocità” compiute dalle forze armate israeliane nella Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo fuso” per mettere fine agli attacchi missilistici di Hamas? Chi ricorda di aver letto alcunché dopo che l’apposita commissione militare internazionale, nominata per indagare su quei fatti, appurò che non fu compiuto alcun atto contrario alle norme di guerra e che, anzi, ha riconosciuto l’etica militare israeliana superiore agli standard generalmente ritenuti accettabili? Quanta enfasi è stata data alle drammatiche immagini di Muhammad al-Durah, il bambino che, nonostante la protezione offerta dal padre con il suo corpo, sarebbe caduto sotto i colpi dell’esercito israeliano! Quelle immagini, come molte altre girate a bella posta dalla propaganda palestinese, fecero il giro del mondo con la complicità dell’emittente “France 2”, ma la loro falsità fu successivamente smascherata senza molta eco.
Ha senso usare nel lessico italiano la generica espressione inglese fake news? Si tratta di un anglicismo superfluo per indicare notizie false o inattendibili note nel gergo giornalistico nostrano con il termine breve, preciso ed efficace di “bufala”, intesa come notizia priva di fondamento. In Italiano l’espressione fake news tende ad avere un significato più ristretto di quello originale inglese. Da noi è associata principalmente alle notizie online e condivise sui social media.
Negli Stati Uniti l’espressione fake news ha subito un’evoluzione molto rapida assumendo specifiche connotazioni politiche. Con Trump il cosiddetto “Quarto Potere”, quello dei media, è diventato una sorta di contropotere militante che ha abbandonato le regole del mestiere per contrastare e cercare di delegittimare il presidente. In un crescendo di delirante propaganda denigratoria, che ha le sue fonti principali ma non uniche nel “Washington Post”, nel “New York Times” e nella rete televisiva “CNN”, si è persino insinuato che al Congresso starebbero già circolando ipotesi di impeachment anche tra alcuni repubblicani.
Mai nella storia del giornalismo americano, neppure durante la stagione della mobilitazione pacifista contro la guerra del Viet Nam quando il Presidente Richard Nixon accusava la stampa d’indossare l’elmetto dei Viet Cong, si era assistito ad un uso tanto disinvolto e spregiudicato delle notizie. D’altronde, non si erano nemmeno mai visti candidati tanto velenosi e livorosi. Neppure ad elezione conclusa si è placata la rabbia dei democratici che hanno tentato di tutto per invalidare la competizione elettorale con la complicità della stampa militante che ha alimentato e continua ad alimentare la sete di sangue dei social media con la propagazione di notizie incontrollate. La reazione di Trump, con la schiettezza alla quale ci ha abituati, non si è fatta attendere. Non solo ha accusato alcune testate di non essere nemiche sue ma nemiche del popolo americano, dopo settimane in cui sono uscite notizie che sotto qualsiasi altra amministrazione non sarebbero neppure state prese in considerazione, ma ha impedito ad alcune testate di partecipare alla sua ultima conferenza stampa per le falsità da esse propalate.
La falsità più clamorosa l’ha confezionata l’agenzia “Associated Press”, un tempo famosa per la fondatezza delle notizie lanciate, con la bufala del piano del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale inteso a mobilitare centomila uomini della Guardia Nazionale contro gli immigrati clandestini. La notizia è stata lanciata su Twitter con l’enfasi d’una dichiarazione di guerra al Messico, presa come oro colato dai media internazionali che, come abbiamo visto anche in Italia, hanno minimizzato la smentita della Casa Bianca ritenendola irrilevante. Con il passare delle ore la bomba si rivelò un petardo bagnato. La “decisione strategica” era semplicemente un appunto, dove tra l’altro, non compare nemmeno la cifra dei centomila uomini.
Ogni giorno escono notizie false con il chiaro obiettivo di denigrare la presidenza americana: dall’aggiramento delle sanzioni alla Russia studiato dal Dipartimento del Tesoro che permetterebbe alle società di compiere transazioni direttamente con i servizi di Mosca (si è scoperto che era uno studio pre-Trump), alla sezione del pianeta omosex e affini che sarebbe sparita dalla pagina web della Casa Bianca (come altre sezioni a causa di un restyling), all’affiliazione del candidato alla Corte Suprema Neil Gorsuch al club “Fascism Forever” (Fascismo per sempre), associazione mai esistita ma evocata a bella posta. Sembrerebbe una goliardica gara di scherzi da primo di aprile se non avesse conseguenze rilevanti. Nell’era pre-Trump, secondo la Legge americana sullo spionaggio del 1917, di fronte a notizie che possono mettere a repentaglio la sicurezza nazionale o compromettere l’immagine del Paese e delle sue istituzioni, era prassi informare direttamente la Casa Bianca prima della loro pubblicazione. Oggi, invece, il presidente ne viene a conoscenza su Twitter…
Si può capire che le sconfitte brucino, si può capire che i principali media americani (come in Italia) siano politicamente schierati, si può capire che i giornalisti non possano permettersi di sputare sul piatto dove mangiano, ma un minimo di rispetto per l’etica professionale e per i lettori dovrebbe essere mantenuto. Invece, i media si sbizzarriscono sempre più in grottesche e false notizie. Pensare di ricorrere a leggi per risolvere il problema può costituire un deterrente, ma questo è un fenomeno di costume che rivela la decadenza della società in cui viviamo.

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