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Stupro al campo rom del Prenestino. Il pm: «L’insediamento va chiuso»

Il piccolo accampamento rom dello stupro va bonificato. Via le baracche, i divani, e i cumuli di roba vecchia accatastata qua e là, a un passo da via Teano. Non solo la condanna di un aguzzino a sette anni di carcere e la disposizione del processo per l’altro, ma anche la pulizia e la rimozione del luogo della trappola. Lo ha disposto con sentenza ieri il gip Anna Maria Gavone nell’ordinare al Campidoglio la bonifica dell’area dove una notte dello scorso maggio Besjana, una venticinquenne albanese, arrivata a Roma a dieci mesi, è stata trascinata da un uomo scorto all’improvviso nel buio e dove è stata abusata prima su un divano e poi su un giaciglio di una baracca dove c’era un complice dell’aguzzino, il carceriere, lo ha ribattezzato poi lei. Una doppia soddisfazione per il papà, Vladimir Kosturi, prof di matematica per i connazionali, che all’indomani della violenza della figlia, invece di trincerarsi nel silenzio, nel dolore, ha deciso di tappezzare le vie del quartiere con la notizia della violenza subìta. E ha organizzato pure una fiaccolata nel quartiere. «Tacere mai», «Via il degrado», diceva. «Via le trappole dentro la città, sotto casa».

LA RICHIESTA
Così ieri ad attendere la sentenza, a piazzale Clodio, c’era anche lui accanto a Besjana. Ed appena ha saputo che la richiesta della bonifica del campo era stata ordinata grazie al sollecito dell’associazione Iliria Lega Immigrati Albanesi, di cui è promotore, ha pensato che il coraggio mostrato almeno è stato ripagato. Claudiu Bebe, invece, il giovane romeno condannato a sette anni di carcere per lo stupro, nonostante la scelta del rito abbreviato che concede un forte sconto di pena, è uscito a testa bassa dall’aula. Come Nicu Curte che invece ha preferito affrontare il processo ordinario, disposto ieri dallo stesso giudice. «Le parole della difesa dei miei aguzzini, in aula, mi hanno ferito di nuovo», ha detto poi Besjana, assistita nella battaglia legale dall’avvocato Claudia Quinto dello sportello antiviolenza Be Free.

LA PAURA
«Parlavano di mancanza di attendibilità, del fatto che andavo in giro di notte sola, che non sono stata picchiata. Gli ho urlato in faccia la mia rabbia allora. E poi sono uscita dall’aula così come mi ha consigliato il giudice. Siamo in Europa, non in Arabia». Besjana quella notte se la ricorda, minuto per minuto. «Non era la prima volta che passavo in quella stradina buia. All’improvviso mi sono sentita afferrare da un’ombra. Mi ha stretto il collo e tirato i capelli. Diceva: Io ti morto. Voleva dire Io ti uccido. E allora non mi sono ribellata. Ho finto anche di assecondarlo. Gli dicevo solo Per favore, lasciami andare via ora. E invece afferrandomi per la mano dal divano mi ha portato dentro una baracca dove c’era l’amico». «Lì ho avuto di nuovo paura di essere uccisa», ha detto la ragazza. «Altri palpeggiamenti, altre proposte indecenti. Io un po’ li assecondavo e un po’ dicevo per favore facciamo una passeggiata. Loro avevano paura di lasciarmi andare. Li rassicuravo che non avrei denunciato. Alla fine Bebe si è fidato e mi ha portato fuori dal campo. Mi sono lanciata su una macchina di passaggio, ho aperto lo sportello e ho urlato: scappa, scappa. Non so chi mi ha dato il coraggio». Bebe sarà arrestato 24 giorni dopo nel campo nomadi di via Candoni, il carceriere, poche ore dopo gli abusi. Per i due romeni il pm Cristiana Macchiusi, titolare dell’inchiesta, aveva contestato il sequestro di persona e la violenza sessuale aggravata.

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