| categoria: Il Commento

Populismo, un termine abusato

di Maurizio Del Maschio

L’esito elettorale dei Paesi Bassi ha visto la riconferma del Partito Liberale di Mark Rutte e una forte avanzata di partiti come quello della Libertà di Geert Wilders, ora seconda compagine in parlamento e quello dei Verdi di Jesse Klaver. il Partito della Libertà viene tacciato di essere populista, ed è stato definito da Recep Tayyip Erdogan “fascista”. Si tratta della solita abitudine, normalmente appannaggio della sinistra, di demolire l’avversario rappresentandolo come una sorta di mostro.
In realtà, il populismo non è sempre negativo come viene genericamente rappresentato. Nei Paesi più avanzati la globalizzazione ha complicato molto la gestione della società e dell’economia deteriorandola. Ciò ha generato la nascita e la crescita di reazioni che chiedono a gran voce cambiamenti urgenti e spesso radicali. A prescindere dalla bontà di tali richieste, cosa rende diverso il populismo sano dalla vecchia politica? Il termine “populismo” può riguardare ambiti diversi, anche se quello nel quale lo si utilizza con maggiore frequenza è sicuramente quello politico. L’origine sembra sia da attribuire alla traduzione di un termine russo con il quale si designava un omonimo movimento rivoluzionario della fine del XIX secolo che aveva come obiettivo principale l’emancipazione dei servi della gleba attraverso la realizzazione di una sorta di “socialismo rurale”. Il termine è pure legato al Populist Party, detto anche People’s Party, Partito Populista o Partito del Popolo, una formazione politica statunitense fondata nel 1891 a Cincinnati, nello Stato dell’Ohio. Fu attivo fino al 1912 e nel corso della sua ventennale storia costituì l’espressione politica dei movimenti di protesta diffusi, già nella seconda metà del XIX secolo, tra i ceti agrari degli Stati del Sud e di quelli dell’Ovest. Attualmente, rimanendo nell’ambito della politica, il termine viene spesso utilizzato con un’accezione negativa, tanto da farlo passare come sinonimo di demagogia, ovvero quella pratica politica che si pone essenzialmente come obiettivo quello di ottenere un consenso popolare sia attraverso promesse di ardua o impossibile realizzazione, sia attraverso la soddisfazione di alcuni bisogni immediati di scarso valore che vengono fatti passare come importanti o decisivi. In un’accezione più neutra, con il termine “populismo” si può definire un atteggiamento (o un movimento) politico che mira all’esaltazione del ruolo e dei valori delle cosiddette “classi popolari”.
Come si può intuire, non è possibile fornire una definizione univoca e universalmente accettata di “populismo”. Peraltro, è certo è che intorno al significato di tale parola c’è tuttora una certa confusione e i vari media non hanno certo contribuito a fare chiarezza utilizzando il termine, a seconda della propria visione ideologica, in modo diametralmente opposto. Del resto, nel corso dei secoli, sono stati definiti come populisti personaggi e movimenti fra loro decisamente diversi come Jean Paul Marat, il politico e rivoluzionario francese noto anche come l’“amico del popolo”, il generale Charles De Gaulle, Adolf Hitler e Benito Mussolini, per non parlare di Mohandas Karamchand Gandhi, Julius Nyerere, Presidente della Tanzania dal 1964 al 1985, Fidel Castro e Juan Domingo Peron.
Il populismo si configura come un concetto positivo quando intende realizzare una rivoluzione non cruenta. Esso è l’unico modo che il popolo ha in democrazia di affermare qualcosa decisamente in contrasto con la realtà in cui vive. Ne sono esempi l’autodeterminazione di una popolazione che intende staccarsi da una nazione a cui sente di non appartenere e la proposta di impeachment di un presidente o di un governo giudicati inetti, corrotti o altro. Il populismo è un concetto negativo quando esprime le idee di una piccola minoranza consapevole che non sarà mai maggioranza ma che si adopera per promuovere una logica di comodo oppure quando, ottenuto il potere, non si rifà ad alcuna ideologia in particolare. In quest’ultimo caso, la Storia insegna che la compattezza popolare si dissolve ben presto in una ridda di proposte contrapposte che, di fatto, organizzandosi in movimenti e/o partiti, affosseranno il populismo. Infatti, non è credibile una democrazia diretta permanente, perché i cittadini scelgono in base alle informazioni che hanno e a come le giudicano. Nella maggioranza di essi il giudizio non è che la trasposizione di ciò che viene loro propinato da chi esercita una forte influenza persuasiva. Senza un’ideologia di fondo, i vari guru di giornali, televisione e web, spezzeranno il popolo in tronconi fra loro incompatibili, di fatto ricostruendo una struttura gerarchica sopra il popolo come fanno i tradizionali partiti. La vecchia politica ha attributi che le sono propri, consolidati da decenni di “pratica” e ancora fermamente difesi da chi ha una visione tradizionale dell’esercizio del potere. Il “politicamente corretto” dovrebbe essere l’atteggiamento di tolleranza nei riguardi di chi non la pensa come noi, ma spesso non è che il modo di dissimulare la verità del proprio pensiero per ricevere consensi. Il “politichese”, cioè quel modo di presentare i fatti nel modo più favorevole alla propria parte, è prassi costante della politica partitica tradizionale. In essa è spiccata la convinzione della superiorità del politico rispetto al cittadino, una posizione simile a quella superiorità vantata dai filosofi verso il popolo, dall’antichità fino a pochi secoli fa, secondo la quale il filosofo, ritenuto sempre saggio e sapiente, aveva il compito di educare il volgo. Per la vecchia politica il cittadino comune non sarebbe in grado di capire i sottili meccanismi che regolano la società e dovrebbe rassegnarsi ad accettare l’illuminata azione del politico. Ma il senso critico medio della popolazione è aumentato e come la filosofia ha dovuto ridimensionare fortemente le sue pretese di diffusione della conoscenza, così la politica dovrebbe cessare la sua arroganza e avvicinarsi con maggiore umiltà alla gente. Il compromesso spesso è necessario per ottenere risultati concreti, ma assume connotati negativi quando lo si accetta rinunciando dalle proprie convinzioni etiche, come fa spesso il politico tradizionale. La propensione ad anteporre interessi personali alla società, l’attaccamento alla poltrona, i privilegi, la tendenza a costituire una casta sono gli ulteriori ingredienti che contribuiscono ad affossare la vecchia politica. Ciò fa sì che la gente si stanchi di proposte incomprensibili e il più delle volte con esiti peggiori dei mali che dovrebbero sanare. Le “mediazioni”, gli zero virgola in economia, ciò che sembra qualcos’altro ma non lo è affatto, la tassa che viene abolita ma è subito sostituita da una equivalente con nome diverso, ecc. sono le conseguenze di tale deterioramento della politica.
Oggi i cittadini preferiscono proposte chiare, come quelle che portano avanti le forze populiste come il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle o la limitazione dell’immigrazione proposta dalla Lega. Non conta il merito della proposta, ma il modo in cui viene formulata, un modo chiaro e comprensibile a tutti. La vecchia politica parla di semplicismo, ma forse non è che l’invidiosa reazione nel vedersi scivolare di mano il potere a cui cerca di rimanere aggrappata con le unghie e con i denti senza alcuna efficace autocritica, senza alcun desiderio di autoriformarsi e così si avvia ad un inesorabile tramonto.

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