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Ordine d’arresto per Giancarlo Tulliani. E Fini?

Ordinanza di custodia cautelare in carcere per Giancarlo Tulliani. Al cognato dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini viene contestato il reato di riciclaggio nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti (ritenuti illeciti) della famiglia, con il “re delle slot” Francesco Corallo. Il provvedimento, firmato dal gip Simonetta D’Alessandro e sollecitato dal pm Barbara Sargenti e dall’aggiunto Michele Prestipino, non è stato eseguito perché Tulliani è residente da tempo a Dubai. Per la magistratura italiana Giancarlo Tulliani è dunque irreperibile e, come scrive il gip D’Alessandro, da alcune intercettazioni telefoniche sarebbe emerso il suo auspicio di non tornare in Italia “per evitare guai giudiziari”. Volontà di Tulliani di restare all’estero evidenziata anche dalle relazioni avviate negli Emirati Arabi.

Anche Fini è indagato per lo stesso reato e la sua posizione, si evince dall”ordinanza di arresto per Tulliani, si complica sulla base di nuove dichiarazioni rese da Amedeo Laboccetta, ex parlamentare che ai magistrati disse di aver fatto conoscere Fini e Corallo. Con una nota, Fini fa sapere di aver dato mandato ai suoi legali di querelare Laboccetta per calunnia, dopo aver chiesto nei giorni scorsi “di essere interrogato dai magistrati”.

Il gip motiva la richiesta di arresto per Giancarlo Tulliani con la “strategia criminale reiterata” da Tulliani e favorita da contatti politici e dall’abilità a muoversi a livello internazionale. Tulliani, scrive il gip, tra il 2008 e il 2015 si è reso responsabile di “numerosi episodi di riciclaggio” che hanno coinvolto anche la sorella Elisabetta e lo stesso Fini, reati che “potrebbe reiterare”. Emblematico, per il magistrato, il tentativo fallito dell’indagato di trasferire 520 mila euro da un suo conto in Mps a un altro aperto presso gli Emirati Arabi.

L’ordine di arresto di Giancarlo Tulliani nasce da un approfondimento investigativo dell’indagine che aveva condotto il 13 dicembre scorso, all’arresto di Francesco Corallo, Rudolf Theodoor Anna Baetsen, Alessandro La Monica, Arturo Vespignani e Amedeo Labocetta, ritenuti capi e membri di un’associazione a delinquere a carattere transnazionale, che riciclava tra Italia, Olanda, Antille Olandesi, Principato di Monaco e Santa Lucia i proventi del mancato pagamento delle imposte sul gioco online e sulle video-lottery (Vlt), compiendo così reati di peculato, riciclaggio e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Il profitto illecito una volta depurato, secondo chi indaga, sarebbe stato impiegato da Francesco Corallo in attività economiche e finanziarie, in acquisizioni immobiliari e destinato anche ai membri della famiglia Tulliani.

Fini non poteva non sapere. Lo fanno capire la Procura di Roma e il gip Simonetta D’Alessandro quando considerano “singolare che in un partito come An, dall’accentuata connotazione gerarchica, il Segretario (Fini, ndr) ignorasse l’esistenza della vicende di un gruppo industriale che si preparava all’accesso a livello nazionale e all’esito di una gara bandita anni prima (e vinta da Corallo, ndr) da un governo di cui Fini stesso era parte, per il lucrosissimo settore del gioco legale”.

A confermare i dubbi degli investigatori è stato ancora una volta l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta che pochi giorni fa, correggendo buona parte delle dichiarazioni rese lo scorso dicembre durante un interrogatorio di garanzia, ha retrodatato al 2002 (anno in cui fu approvata la legge 289 in materia di giochi) la preparazione della società di gioco legale ad opera di avvocati “intranei” ad Alleanza Nazionale e a uomini vicinissimi a Fini.

I rapporti tra Corallo e Giancarlo Tulliani, con la sua famiglia, sarebbero sorti solo successivamente, quando l’imprenditore – secondo la ricostruzione degli inquirenti – costituì delle società off shore per loro per la realizzazione di una serie di significativi affari immobiliari, nella speranza che il rapporto con Fini gli tornasse sempre utile soprattutto per superare una serie di difficoltà con strutture istituzionali maturate dopo l’esito della gara. E per diversi anni, a partire dal 2007-2008, i Tulliani, a parere di chi indaga, diventano di fatto centrali ai fini della ricezione di ingentissime somme di denaro e varie utilità provenienti da Corallo.

La vendita della famigerata casa di Montecarlo è solo uno degli episodi che dimostrano come Corallo si sia attivato senza risparmio di risorse per diventare di fatto un socio dei Tulliani. E quando Corallo dopo qualche anno esce di scena, ecco che i Tulliani hanno in mano tanti di quei soldi da poter svolgere operazioni che lasciano tracce evidenti, come bonifici o vendita di appartamenti e relativa ripartizione dei proventi.

Il parere della Procura e del gip è che “questa vicenda nel suo complesso” contempla una serie di gravi reati che avrebbero segnato “un’intera fase politica, toccando in profondità l’ordinamento economico dello Stato”. La riprova “sta nella natura della posta in gioco, delle qualifiche soggettive e dei ruoli istituzionali dei soggetti coinvolti”. In primis proprio Fini, dapprima nella veste di vicepresidente del Consiglio dei ministri e poi presidente della Camera dei Deputati. C’è poi Amedeo Laboccetta, già parlamentare e poi componente della Commissione Antimafia e della Commissione Finanze.

Infine Corallo, assistente parlamentare di Laboccetta e successivamente “re dello slot”. Titolare di imprese che hanno operato in regime
concessorio all’interno dello Stato, “qualificabili in realtà, secondo gli accertamenti investigativi, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali, con gravissime interferenze su un Ufficio di controllo strategico quale era quello dei Monopoli di Stato”.

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