| categoria: Il Commento

Attualità del pensiero di Luigi Einaudi

Il 24 marzo, il giorno precedente l’anniversario della firma dei Trattati di Roma, ricorre il CXLIII anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Come mai un economista del suo calibro che fu accademico, giornalista, politico, Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Repubblica è caduto in un immeritato oblio? Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, con Einaudi ancora vivente (morì, infatti, nel 1961), l’Italia aveva iniziato quel prodigioso periodo di tumultuosa crescita che va sotto il nome di “miracolo economico”. Nelle università di quel tempo (e anche successivamente) l’unico economista idolatrato era il britannico John Maynard Keynes. Einaudi non obiettò sul ragionamento teorico keynesiano, ma sulla correttezza della sua diagnosi di fondo. Forse fu questo il motivo per cui venne ignorato dai circoli accademici dell’epoca.
L’ex Presidente della Repubblica in fondo condivideva la constatazione che il risparmio che non si trasforma in investimento compromette la crescita economica anziché favorirla. Per Einaudi non si può ritenere che alla lunga la ricchezza materiale e morale di una nazione possa risultare da un qualche espediente di politica economica o da qualche manovra di ingegneria finanziaria. L’economista torinese sosteneva che con i sussidi non si crea lavoro. Il Prodotto Interno Lordo di un Paese non può crescere solo grazie ad una legge finanziaria che cambia le poste di bilancio. Secondo Einaudi è necessario ben altro. Un Paese crea ricchezza grazie alla qualità del suo lavoro, alla sua creatività, all’inventività, alla capacità di sacrificarsi per le generazioni future. È tutto il contrario di ciò che in genere hanno finora ritenuto i nostri governi. Lo dimostra il caso della previdenza che per decenni ha mirato al presente senza preoccuparsi del futuro. Non solo, ma l’ha inquinata con l’assistenza, il che aggiunge al danno la beffa.
Einaudi non si potrebbe definire, secondo le forme gergali di oggi, un “ultraliberista”, ma sicuramente non è un socialista e forse per questo la casta l’ha ben presto emarginato. Il liberale concepisce le norme in base allo scenario economico che gli sta dinnanzi, osservando i comportamenti dei risparmiatori, dei proprietari, degli imprenditori, dei lavoratori per metterli in grado di operare al meglio, con efficacia e soddisfazione. Al contrario, il socialista concepisce le norme come vincolo di indirizzo, direttive alle quali devono obbligatoriamente attenersi i risparmiatori, i proprietari, gli imprenditori e i lavoratori, con la presunzione che esse inevitabilmente producono benessere e soddisfazione. Il liberale crea la cornice, traccia i limiti dell’operare economico, mentre il socialista indica od ordina la maniera dell’operare.
Quanto lungimiranti e attuali sono le osservazioni e le riflessioni einaudiane! E questo è solo un esempio. Sebbene fermo nelle sue convinzioni fondamentali relativamente al liberalismo economico e politico, Einaudi non fu mai un dogmatico. Per ciò che riguarda il libero mercato, la sua posizione può essere descritta come quella di un ottimista, ma non certo di un ingenuo. Chiarì che vedeva l’idea del laissez faire non tanto come un principio scientifico inequivocabilmente dimostrato, quanto come una norma insegnata dall’esperienza. Egli credeva profondamente nell’idea di una parità dei punti di partenza e riconosceva la necessità di attuare forme di redistribuzione del reddito. In Italia gran parte dell’impulso verso riforme orientate al mercato è venuto, nel corso degli anni, da stimoli esterni come la globalizzazione e gli interventi delle istituzioni europee e non da spinte interne. La nostra politica è sempre più esercitata da persone incompetenti, arriviste, interessate e egoiste. Oggi qualsiasi politicante allo sbaraglio presume di essere in grado di fare qualsiasi cosa solo perché viene chiamato a svolgere un incarico. Non sa che chi manovra i fili lo fa per coprire una casella con persone di cui si fida, indipendentemente dalla loro idoneità. Queste nullità pensano di essere dei geni e sono solo dannosi per la collettività. Questa è la partitocrazia ipocritamente paludata da democrazia.
Personalità multiforme, Einaudi fu nel contempo economista, storico, giornalista, viticoltore, bibliofilo, banchiere centrale, politico, statista. Il suo pensiero è stato fissato in migliaia di scritti. Egli ha profondamente marcato la storia intellettuale e politica italiana. Il suo pensiero fu sempre radicato nella convinzione che l’uomo è fallibile e perciò l’umiltà deve accompagnare l’attività dei legislatori in quanto soggetti a sbagliare come tutti gli esseri umani. Da ciò consegue che le disposizioni di legge o amministrative sovente non raggiungono gli obiettivi desiderati o generano conseguenze impreviste. Pertanto, è indispensabile creare le condizioni perché l’Uomo sia libero di sperimentare, di innovare senza costrizioni, di cercare continuamente soluzioni innovative a vecchi problemi anche sbagliando, ma sforzandosi di contribuire alla maturazione della società nel suo complesso, pronti a rettificare ciò che produce effetti distorsivi. Tutto il contrario della politica nazionale imperante.
Egli si batté con tenacia per gli ideali in cui credeva, giungendo, in un suo famoso scritto apparso sulla rivista “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, ad esaltare la “bellezza della lotta”. Lotta che si estrinseca nel confronto tra idee, persone e classi sociali, ma sempre pacifico, leale, rispettoso del pensiero altrui. Quale abissale distanza dall’attuale agone politico! Egli vedeva con favore qualunque provvedimento, regola o istituzione orientata a promuovere la creatività umana; ma qualsiasi istituto giuridico o di altra natura che rischiasse di bloccare, deliberatamente o no, l’evoluzione della società imbrigliando l’iniziativa umana, era per lui occasione di una severa, accurata e dettagliata analisi critica che ne evidenziava tutti i limiti, le criticità e i problemi che generava. Sostenne e difese l’idea di un sistema giuridico basato su poche, semplici e comprensibili leggi, sulla loro rigorosa applicazione e su sanzioni chiare e severe per coloro che le eludono.
La lezione einaudiana è di un’attualità sconcertante. Forse è per questo che la casta non vuole saperne di farla propria, di applicarla e di diffonderla. Prima o poi ci si accorgerà che fu un errore ignorarlo. Speriamo che, se e quando ciò accadrà, non sia troppo tardi.

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