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Corruzione in sanità. Nel 2016 ha colpito una Asl su quattro. Possibile?

“Nell’ultimo anno ha assistito o è venuto a conoscenza di uno o più episodi di corruzione nella struttura in cui lavora?”. A questa domanda, posta dai ricercatori del Censis ai dirigenti di 136 strutture sanitarie italiane nell’ambito di un’indagine che si è chiusa nel gennaio scorso, il 74,3% ha risposto no, il 22,8% ha detto di esserne venuto a conoscenza e che la sua struttura ha affrontato la cosa in “maniera appropriata” e un residuo 2,9% ha risposto anch’esso sì ma sottolineando che in questo caso, a suo avviso, gli episodi di corruzione non sono stati affrontati in maniera appropriata.Tra i settori ritenuti a più alto rischio di corruzione gli intervistati hanno messo nell’ordine: l’acquisto e la fornitura di beni e servizi, la gestione delle liste d’attesa, l’assunzione di personale, le nomine dei soggetti apicali, le false certificazioni, l’accreditamento delle strutture private, le prescrizioni improprie dei farmaci, la formazione e le consulenze. Le strutture sanitarie che hanno partecipato all’indagine sono state classificate in 4 gruppi, secondo un indice che valuta la percezione del rischio di corruzione. 24 strutture, pari al 17,6%, di cui ben 16 del Nord, si classificano nella fascia di rischio basso. Sono invece 20 le strutture sanitarie, cioè il 14,7%, che presentano una percezione di rischio alto, e tra queste 9 si trovano al Sud.
Sono forse questi i dati più emblematici del nuovo rapporto sulla corruzione in sanità presentato a Roma e coordinato da Transparency International Italia, con Censis, ISPE Sanità e RiSSC. Tradotto in soldoni, come hanno fatto anche i ricercatori nel loro comunicato stampa, questo vorrebbe dire che in una Asl su quattro ci sarebbe stato almeno un episodio di corruzione nel corso del 2016, o almeno definito come tale dai ricercatori che non hanno fornito molti chiarimenti sulla natura di tale termine che, è bene ricordarlo, viene misurato in questa ricerca a livello di “percezione”, non di fatti acclarati di corruzione e come tali magari denunciati o perseguiti.
In ogni caso, prendendo per buono il dato, e ipotizzando che di corruzione nel senso penale del termine trattasi, staremmo parlando di 34 episodi in un anno nelle 136 Asl coinvolte nell’indagine. Che, se proiettato sulla totalità delle strutture sanitarie italiane (225 tra Asl e ospedali), vorrebbe dire 56 episodi “percepiti” di corruzione in un anno nel complesso dell’attività del Ssn. Questi dati vanno letti e interpretati al dì là della mera valenza statistica. Non è ben chiaro di cosa si stia parlando, né in termini di quantità né di qualità della corruzione, mazzette, appalti truccati, parcelle gonfiate, truffe? Il fenomeno è sicuramente più ampio e variegato, con tipologie che non vengono nemmeno prese in considerazione. Lascia perplessi anche il dato sul costo della corruzione e degli sprechi che i ricercatori, questa volta dell’Ispe Sanità, indicano nel 6% del totale della spesa sanitaria italiana complessiva. In che modo è stato raggiunto? Ispe Sanità mette sul tavolo anche ulteriori 13 miliardi che valuta come “l’ammontare delle potenziali inefficienze nell’acquisto di beni e servizi sanitari nel Ssn”. Se sommiamo il 6% della spesa che andrebbe in fumo per la corruzione e gli sprechi (che l’Ispe Sanità sintetizza con il termine corruption) pari a 9,2 miliardi, con questi ulteriori 13 miliardi, si arriva alla cifra complessiva di 22,2 miliardi, che rappresentano quasi il 20% della spesa sanitaria annuale del Ssn. Un dato che sarebbe clamoroso. E che andrebbe sicuramente approfondito.

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