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SIRIA, SVEZIA, EGITTO: BOTTA E RISPOSTE

di Maurizio Del Maschio

I tragici eventi accaduti in questi giorni in Siria, in Svezia e in Egitto hanno genesi, modalità di esecuzione e conseguenze affatto diverse, ma pur sempre legate da un denominatore comune: il conflitto che si sta combattendo che vede protagonisti musulmani sunniti contro sciiti per un verso e islam contro Occidente e cristianesimo per l’altro.
Troppi, disparati e contraddittori sono i pareri dei cosiddetti “esperti “e “opinionisti” sulle vicende mediorientali. Sull’attacco missilistico statunitense alla base di Al Shayrat probabilmente non conosceremo mai la verità, perché le verità che ci vengono ammannite sono di fonti interessate e coinvolte nel conflitto. Non c’è possibilità di accedere ad immagini satellitari, non c’è modo di ricorrere a fonti di osservatori neutrali. Sia gli Stati Uniti sia la Russia sostengono di avere le prove delle loro asserzioni: gli uni che le forze armate siriane hanno usato armi proibite e l’altra che è stato colpito accidentalmente un deposito di gas Sarin in possesso dei ribelli. Ma le prove dimostrative di una tesi o dell’altra non vengono esibite.
Definire l’attacco missilistico una svolta nel conflitto è pretestuoso. Le forze armate americane non è da oggi che sono impegnate in quello scacchiere per sostenere alcune fazioni di ribelli al regime di Bashar al-Assad protetto dai Russi che hanno un disperato bisogno di mantenere le proprie basi navali in Mediterraneo a Tartus e a Latakya. Quella che si combatte in Siria è una guerra per procura sostenuta dalle potenze mondiali alle quali sembra importare ben poco che in 6 lunghi anni abbia provocato 450.000 morti e 5 milioni di sbandati senza tetto. È una guerra che coinvolge un intreccio complesso di protagonisti direttamente interessati: da una parte le monarchie del Golfo e la Turchia, spalleggiate dall’Occidente, che vorrebbero la destituzione di al-Assad; dall’altra la Repubblica Islamica dell’Iran e la Federazione Russa che, insieme ad Hezbollah, sono i fedeli alleati del rais alawita. Ma a sostenere indirettamente il governo siriano ci sono anche Bolivia, Venezuela, Cina e, in parte anche l’Egitto, un fronte ben più ampio di quanto si possa supporre.
Anche se quest’ultima atrocità ha avuto luogo durante il mandato dell’attuale Presidente americano in carica, la responsabilità dell’accaduto è ascrivibile al suo predecessore. Obama ha ignorato i precedenti oltre 20 attacchi con armi chimiche e ha consentito ad Assad di restarne indenne con un “accordo” in base al quale avrebbe dovuto smantellare i propri depositi di armi chimiche. Gli errori dell’amministrazione Obama sono pagati anche da noi occidentali, ma soprattutto dalla popolazione siriana che ne soffre le peggiori mortali conseguenze. In Siria sta avvenendo una pulizia etnico-religiosa con l’uso di qualsiasi mezzo a disposizione: esilio, omicidi di massa, uso armi convenzionali o proibite.
L’attacco americano ha svegliato una cellula terroristica dormiente in una Svezia che ora ha mostrato tutta la sua vulnerabilità. Numerosi sono stati finora i casi casi di abuso e di violenza da parte di immigrati, nonostante la profusione degli aiuti elargiti dal generoso sistema del welfare dei Paesi nordici. Un rapporto del Centro nazionale per gli Studi sul Terrorismo della Swedish defence University di Stoccolma evidenzia che, nonostante il governo abbia “coccolato” gli immigrati musulmani, sono state scoperte decine di abusi perpetrati nel periodo 2013-2016. Sono oltre 300 in totale i foreign fighter censiti in Scandinavia e 120 quelli che sono ritornati. Si è scoperto addirittura un centro di intermediazione sociale aperto e sfruttato da immigrati per impossessarsi direttamente e indebitamente di sovvenzioni per disabili al fine di dirottarle, almeno parzialmente, a sostegno della jihad. I combattenti hanno usufruito di migliaia di euro di sovvenzioni pubbliche grazie alla complicità di amici o parenti rimasti in Svezia che hanno messo in pratica azioni per simulare la presenza sul suolo svedese di chi in realtà si trovava all’estero. L’escalation della violenza registrata in Svezia negli ultimi vent’anni è coincisa con una crescita del numero di immigrati e la recente recrudescenza dei reati contro la persona da essi commessi. L’aumento della criminalità è un fenomeno strettamente legato anche all’altro problema connesso all’immigrazione: il fallimento delle politiche di integrazione.
Il terzo attacco, rivendicato dall’ISIS con due attentati che hanno provocato almeno 45 morti e centinaia di feriti, ha preso di mira un bersaglio tradizionale nell’Egitto musulmano: la minoranza cristiana copta. Non tutti gli Egiziani musulmani sono ostili ai cristiani e non tutta la storia moderna egiziana è segnata dal pregiudizio nei confronti dei cristiani. Il simbolo congiunto della croce e della mezzaluna, onnipresente in piazza Tahrir durante le proteste del febbraio 2011 e nei mesi successivi, non rappresentava una novità, ma la ripresa di un precedente storico. Nel 1919, in quella stessa piazza, musulmani e cristiani avevano manifestato insieme all’ombra dei due simboli congiunti chiedendo l’indipendenza dell’Egitto dal protettorato britannico. Il 30 agosto dell’anno scorso, al momento dell’approvazione parlamentare di una nuova legge che riduce gli ostacoli alla costruzione di nuove chiese in Egitto, molti hanno cantato “Lunga vita all’Egitto, lunga vita alla mezzaluna e alla croce”. Tuttavia, l’ISIS, in contrasto con la verità storica, insiste nel presentare i Copti come la longa manus del cristianesimo e quindi degli interessi politici occidentali.
Questi attacchi colpiscono l’Egitto a venti giorni dall’arrivo del papa Francesco. Nel suo programma vi sono due eventi critici: l’incontro con il Gran Mufti di al-Azhar Ahmed al Tayyeb e la visita di cortesia a Tawadros II, il papa dei Copti che questa mattina stava celebrando la messa della Domenica delle Palme mentre fuori dalla cattedrale di San Marco un attentatore suicida si faceva esplodere. L’obiettivo è sempre lo stesso, perseguito pure in Siria e in Iraq: l’annientamento dei cristiani, un programma iniziato in Egitto da Gamal Abdel Nasser.
Con la globalizzazione del terrore, gli attacchi di questi giorni costituiscono un’escalation che negli ultimi anni, soprattutto con ciò che le cosiddette Primavere arabe hanno lasciato in eredità, ha visto i cristiani come l’obiettivo da colpire un po’ ovunque. Prima nella piana di Ninive, con l’allontanamento dalle proprie abitazioni (contrassegnate con la “N” di nazareno), quindi con la tassa da pagare al sedicente califfato e infine con l’aut aut: conversione all’islam o morte. Poi in Libia, con il teatrale e macabro sgozzamento di ventuno copti egiziani, il cui sangue colorò le acque del Mediterraneo. Il recente assassinio di padre Jacques Hamel in una chiesa della Normandia ricorda che la persecuzione dei cristiani non è solo una questione mediorientale, ma riguarda anche l’Europa in preda alle pruderie laiciste. Si tratta di un monito chiaro lanciato dai combattenti islamisti. Il cristiano, anche se non fa guerra a nessuno, è comunque un infedele da convertire o sopprimere, meglio ancora se lo si uccide nei luoghi simbolici che ne definiscono l’appartenenza religiosa: le chiese.

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