| categoria: sanità

La pubblicita’ si fa largo in ospedale, +50% l’affitto di spazi in 5 anni

Dall’arredamento alla telefonia, dagli impianti idraulici ai ristoranti: la pubblicità si fa sempre più largo in ospedale. D’altronde se la crisi economica morde e svuota le casse, le Asl rispondono come possono: ad esempio ‘riempiendo’ gli ospedali di cartelloni, bacheche, totem e tv al plasma che trasmettono spot a ritmo serrato. Negli ultimi 5 anni il giro d’affari relativo all’affitto di spazi pubblicitari all’interno delle strutture sanitarie è infatti cresciuto del 50%.
A scattare la fotografia è la Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie ospedaliere), che all’Adnkronos Salute traccia un bilancio sul fenomeno degli spot in corsia a 14 anni dall’entrata in vigore della legge (Finanziaria 1998) che consente alle Asl di affittare alle concessionarie di pubblicità spazi fuori dalle aree destinate alla cura dei pazienti.”Anche se non ci sono dati strutturati – spiegano dalla Fiaso – il fenomeno degli affitti di spazi pubblicitari all’interno degli ospedali è in costante crescita, tanto che si calcola un aumento del 50% delle entrate da pubblicità”. Una vera e propria impennata del business che – considerando il costo annuo per l’affitto di uno spazio (anche 12 mila euro) e il numero degli spazi che una struttura riesce a ‘piazzare’ (anche 50) – porta un discreto gruzzolo nelle casse spoglie delle Asl. “Si tratta però – precisano dalla Fiaso – di entrate irrisorie rispetto ai bilanci delle aziende ospedaliere: centinaia di migliaia di euro a fronte di budget di decine di milioni”.

A sfruttare il business sono soprattutto gli ospedali del Nord del Paese. Ma il fenomeno ha preso piede anche in Liguria, Toscana e Lazio. Più indietro il Sud. Il San Raffaele a Milano, che è stato tra i primi ad aprirsi agli sponsor e che affitta ben 50 spazi, incassa circa 700 mila euro l’anno. Se le aziende dei grandi centri urbani riescono a cooptare sponsor di grandezza nazionale o internazionale, in provincia o in città meno popolose come Firenze gli inserzionisti sono perlopiù aziende o imprese commerciali locali.
“Abbiamo un boom di richieste”, afferma Paola Meneghini della Meneghini e associati, un’azienda che ha in concessione gli spazi pubblicitari di ben 150 ospedali, tra Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. “Le aziende oggi – spiega – sono più disponibili ad avere a che fare con noi. D’altronde è un modo per raccogliere denaro senza disturbare i pazienti”.Il fenomeno infatti cresce. Secondo le stime in mano alla Meneghini, “mediamente le aziende percepiscono dai 30 ai 50 mila euro l’anno, con punte maggiori in realtà molto grandi. Gli spazi più utilizzati sono le bacheche 70×100 e 100×140, totem autoportanti oppure strutture da esterno qualora l’azienda preveda pubblicità nei giardini e nei parcheggi. Molto utilizzati anche i monitor digitali e di conseguenza gli spot video. Il costo è molto variabile in base alle annualità e al tipo di supporto scelto”. Tanti e variegati i prodotti reclamizzati: “Si va dall’arredamento alla telefonia, dall’abbigliamento ai bed&breakfast, dalle fiorerie alle imprese che vendono impianti idraulici e fotovoltaici, fino ai ristoranti e ai centri termali”. Vengono però fissati dei paletti. “Nelle aziende del nostro network ‘Progetto Partner in Sanità’ – spiega Meneghini – prodotti come farmaci e dispositivi medici non si possono reclamizzare. Abbiamo una serie di categorie autorizzate dall’azienda sanitaria entro le quali si ricercano gli inserzionisti”.
Tassativamente escluse anche pubblicità di onoranze funebri, alcool, tabacco giochi di azzardo, sexy shop, prodotti editoriali vietati ai minori e/o pregiudizievoli per la salute e sponsor incompatibili con l’attività istituzionale (enti sanitari concorrenti ecc.). Insomma, il settore sembra viaggiare a gonfie vele. Per gli sponsor la pubblicità negli ospedali funziona, anche perchè a recepire i messaggi sono soprattutto persone ‘in salute’. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare i degenti rappresentano solo il 5% della popolazione di un ospedale. Tutti gli altri sono visitatori, dipendenti, fornitori, volontari, studenti nei Policlinici, tutt’al più pazienti degli ambulatori. Che non sembrano infastiditi da cartelloni e spot. Da una ricerca Eurisko del 2009 è emerso che il 90% degli utenti prende in considerazione le inserzioni e il 75% arriva a leggere tutto il testo.

Naturalmente non manca chi storce il naso. C’è chi ritiene che gli spot pubblicitari non debbano seguire le persone anche nei luoghi di sofferenza e cura come gli ospedali. Tra gli scettici anche il presidente della Fiaso, Giovanni Monchiero, che precisa però di parlare a titolo personale: “Malgrado la linea di condotta assunta dagli ospedali che hanno aperto alla pubblicità – che hanno imposto un codice etico che esclude spot offensivi o di cliniche private in concorrenza con le strutture pubbliche – l’impressione è che si finisca per disturbare chi è spesso in uno stato d’animo non felice, o perchè afflitto da problemi di salute o perchè in visita a una persona cara ricoverata. Tutto questo senza veri vantaggi economici per le aziende ospedaliere, visto che parliamo di entrate che rappresentano lo 0,0 qualcosa del bilancio”.

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