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Bullismo, la Cassazione: «Lo Stato paghi l’avvocato alle vittime»

Bisogna «rimuovere ogni possibile ostacolo (anche economico) che possa disincentivare un soggetto, già in condizioni di disagio, ad agire in giudizio». È una sentenza storica quella pronunciata dalla Corte di Cassazione (Sezione IV Penale) pochi giorni fa: in sostanza, la sentenza riconosce il diritto della vittima di reati di violenza (femminicidio, stalking, bullismo, maltrattamenti familiari) all’assistenza legale della vittima stessa, integralmente a carico dello Stato (a prescindere dalle condizioni di reddito). È una forma di «ristoro economico» da parte dello Stato che ammette, dunque, di non essere stato in grado di difendere il proprio cittadino.

IL RICORSO
La decisione arriva dopo un contenzioso presso il Tribunale di Bolzano dove M.E., vittima di reati persecutori, aveva presentato istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, inizialmente respinta dal procuratore Mario Pinelli. Ma, dopo aver presentato ricorso, è arrivata la sentenza: «In mancanza di una espressa disposizione legislativa – si legge nella sentenza depositata in cancelleria il 20 marzo scorso – il giudice non potrebbe negare l’ammissione al beneficio solo sulla base della mancata allegazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione, da parte dell’interessato, attestante la sussistenza delle condizioni di reddito previste dall’art. 76 cit., dato che la norma in parola non individua massimi reddituali idonei ad escludere il diritto in argomento; sicché la produzione di tale attestato appare del tutto superflua e, perciò, la sua mancanza è inidonea a fondare una pronuncia di rigetto». Una vittoria. Che potrebbe spingere, chiunque subisca violenze di questo genere, a sporgere denuncia.
Con decreto del 25 maggio 2016, il giudice «rilevato che difettano le necessarie indicazioni concernenti il reddito proprio e dell’eventuale nucleo familiare», rigettava l’istanza di ammissione al gratuito patrocinio in quanto «inammissibile ai sensi dell’art. 79, lett. c) TU spese di Giustizia».

La legge prevede che, per avvalersi gratuitamente di un avvocato, il reddito della vittima non debba superare gli 11.528,41 euro lordi annui. Secondo il giudice, in questo caso, M.E. non aveva allegato «la dichiarazione sostitutiva di certificazione in ordine ai redditi prodotti dall’istante alla domanda di ammissione al beneficio».
Il ricorso viene ammesso perché nasce «un problema di natura interpretativa in riferimento alla dizione letterale della norma laddove si enuncia che la vittima “può” e non “deve” essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal presente decreto. In altri termini sembrerebbe che il giudice abbia una mera facoltà e non un dovere di accogliere la domanda di fruizione del beneficio», si legge.

LA QUESTIONE ECONOMICA
Dunque «la finalità della norma in questione appare essere quella di assicurare alle vittime di quei reati un accesso alla giustizia favorito dalla gratuità dell’assistenza legale».
I magistrati della sezione IV Penale, il presidente Luisa Bianchi e i consiglieri Salvatore Dovere, Pasquale Giannini, Alessandro Ranaldi e Leonardo Tanga riconoscono di fatto che la vittima avrebbe potuto rinunciare all’assistenza di un legale solo per una questione meramente economica. Ammettendo il ricorso invece, hanno permesso ad M. E. di avvalersi di un avvocato e di un processo.

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