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LA TURCHIA HA VOLTATO PAGINA

di Maurizio Del Maschio

Con il 51,3% di “Sì” contro il 48,7% di “No”, la nuova costituzione turca ha spazzato via gran parte di ciò che restava della svolta democratica operata da Mustafà Kemal “Atatürk” nel 1923. Secondo gli osservatori dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, la consultazione è stata caratterizzata da palesi violazioni degli standard minimi di regolarità. Ma il regime, come è prevedibile, se ne infischierà di tale verdetto e continuerà imperterrito sulla sua strada per completare il disegno autoritario del suo Presidente che verosimilmente vedrà pure il ristabilimento della pena di morte. Prima di qualsiasi considerazione sul futuro della Turchia, vale la pena di soffermarsi sui radicali cambiamenti operati da Recep Tayyip Erdoğan. Il regime politico da parlamentare diviene presidenziale. In sé non ci sarebbe nulla di male se non fosse per il marcato autoritarismo del Presidente turco che accentra in sé tutti i poteri dopo aver calpestato le più elementari garanzie democratiche. Inoltre, con la nuova procedura costituzionale diventa arduo mettere sotto processo il Presidente qualora fosse accusato di qualche crimine.
Si tratta di una vittoria risicata, non plebiscitaria come avrebbe voluto Erdoğan, ma è pur sempre un risultato di notevole impatto nell’opinione pubblica interna e internazionale. Dal momento che può essere rieletto per altri due mandati consecutivi di cinque anni ciascuno, più altri cinque in prelazione, è facile dedurre che avrà tutto il tempo per smantellare del tutto l’assetto democratico e laico della Turchia. Arrivata ad un passo dall’ingresso nell’Unione Europea, ora anche i suoi paladini più fidati all’interno di essa non potranno che abbandonare la Turchia al suo destino. Se forzatamente si consolida l’immagine del Presidente nel suo Paese, sul piano internazionale la riforma si presenta come un boomerang, dal momento che è l’incarnazione di una linea di politica estera che sta conducendo la Turchia all’irrilevanza, se non addirittura all’isolamento, rispetto all’Occidente. Si tratta di capire quale sarà l’atteggiamento della Russia e, soprattutto, dei Paesi arabi legati alla Turchia dalla comune matrice islamica sunnita. Con Erdoğan sta la provincia, arretrata sul piano socio-economico e bigotta su quello religioso, mentre le grandi città gli sono contro. Persino nella capitale, Ankara, la maggioranza dei “No” è stata schiacciante così come nelle due massime concentrazioni di popolazione urbana: Istanbul e Smirne e, in genere, nelle altre grandi città. È il segno che una profonda spaccatura si è creata nel Paese, ora più che mai lontano da una pacificante unità di intenti.
Da quando Ankara, in questi ultimi anni di presidenza Erdoğan, ha di fatto scelto di allontanarsi sempre più dall’Occidente, la sua principale arma di ricatto è stata la minaccia di avvicinarsi a Mosca. Per contro, la migliore opportunità di scambio che la Turchia ha finora avuto nei confronti del Cremlino è stata proprio la ventilata la prospettiva di assecondare più gli interessi russi che quelli occidentali nelle sue aree di influenza. Con l’amministrazione Obama questa politica ha parzialmente funzionato. Tuttavia, con Donald John Trump lo scenario è cambiato e molto probabilmente cambierà ancora. Ora che Mosca e Washington, nonostante le transitorie tensioni conseguenti al raid di Idlib, sembrano essere vicine come mai prima soprattutto riguardo al Medio Oriente, Erdoğan potrebbe trovarsi in grande difficoltà.
L’unica speranza per il Presidente turco è che Trump cambi idea sul Medio Oriente e sulle relazioni con la Russia. Solo se fra le due superpotenze tornassero le ostilità la Turchia potrebbe recuperare un ruolo proficuo e cercare di propiziare i propri interessi avvicinandosi all’uno o all’altro a seconda della contingente convenienza. Ma se la sostanziale comunione di intenti tra Mosca e Washington continuerà a rafforzarsi, l’esito del problema siriano per la Turchia appare già scontato e ad Erdoğan il tempo che il referendum gli consentirà di rimanere al potere servirà per pagare il conto di tutte le mosse politiche sbagliate degli ultimi cinque anni.
Il gigante turco ha un piede su un lembo territorialmente trascurabile in Europa e la stragrande parte del suo territorio in Asia, ma la sua cultura non ha più quasi nulla di europeo. Tentò di “occidentalizzarla” culturalmente colui che l’ha fondata sulle macerie dell’Impero Ottomano sconfitto e crollato dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma ora sono stati accantonati dal partito islamico al potere gli ideali di “Atatürk”, il Padre della Patria, radicatisi nella popolazione urbana e maggioritaria del Paese ma che non hanno mai fatto molta presa nelle campagne della Turchia profonda caratterizzata da un attaccamento alla fede islamica sconosciuto nelle grandi città. Memore della repressione nei confronti di un tentativo di reislamizzazione avvenuto negli anni Novanta dello scorso secolo, operata dalla forze armate guardiane della laica costituzione repubblicana, Erdoğan, capo dello Stato e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (nome altisonante che nasconde la sua matrice islamica), ha provveduto a sostituire i vertici militari con uomini di sua fiducia. In tal modo, ha neutralizzato la difesa della laicità istituzionale che la costituzione turca affidava alle forze armate. Si tratta di un malcelato tradimento degli ideali laici del fondatore della Turchia moderna.
Il progressivo processo di reislamizzazione del Paese è stato di conseguenza accompagnato da un soffocamento delle libertà individuali e collettive, della libera espressione del pensiero e della legittima opposizione al governo. Le recenti repressioni delle manifestazioni antigovernative di Istanbul, che hanno avuto il loro luogo simbolo in Piazza Taksim e nel contiguo Parco Gezi, sono una spia preoccupante della deriva autoritaria della Turchia attuale. Un segnale eloquente di regresso delle libertà democratiche è costituito anche dall’imbavagliamento dei mezzi di comunicazione e dalla repressione dei giornalisti non allineati nei cui confronti vengono sovente comminate severe pene detentive. In altri termini, sono venuti meno tutti i requisiti fondamentali che caratterizzano una società democratica.
Altro che di ingresso nell’Unione Europea! La politica della Turchia controllata dal partito islamico presenta un preoccupante deficit democratico. Accanto all’inidoneità all’ammissione nell’UE per la mancanza dei requisiti democratici necessari, ora è giunto il momento di mettere in discussione pure la permanenza della Turchia nella NATO, dal momento che la caduta del regime comunista nell’Europa orientale ha posto fine alla guerra fredda facendo divenire meno importante il ruolo strategico della Turchia. Essa, con la sua politica filoislamica, è divenuta pericolosa per l’Occidente, minacciato com’è dall’offensiva fondamentalista di molti fanatici seguaci di quella religione, specialmente nel mondo arabo, tollerati se non addirittura sostenuti dal regime di Ankara. Oggi, infatti, le mire imperialistiche turche sembrano volte a riconquistare l’egemonia nel Medio Oriente mediterraneo perduta cent’anni fa. Ciò fa guardare con preoccupazione la fluidità della situazione dell’intero scacchiere mediorientale, la cui carta geografica necessita di un urgente ridisegno tenendo conto dell’effettiva realtà etnico-socio-religiosa dell’intera area.

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