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La Turchia e il caso Del Grande, il gioco degli equivoci

Il blogger italiano Del Grande è finito quasi per caso nelle mani del sultano turco Erdogan, ed è subito divenuto suo malgrado oggetto di contrattazione, di scambio, di ricatto. Ai turchi di Del Grande non interessa certamente, ma visto che c’è il suo caso può essere utile per far passare una serie di messaggi all’Occidente, a costringere una nazione incapace di fare la faccia feroce come l’Italia a discutere, trattare, a relazionarsi insomma da una posizione di debolezza. L’Occidente finge di interessarsi al caso umano di Del Grande, Bruxelles, la Mogherini, e così via. Ma anche loro stanno alla finestra, per studiare le mosse del presidente turco. Undici giorni di detenzione, lo sciopero della fame, tutti danni collaterali. Quel che c’è da vedere è dove vuole arrivare Erdogan,fino a dove vuole arrivare. E’ elemento essenziale della cerniera meridionale della Nato. Ma la Nato ha ancora un senso? Detto sotto la presidenza Obama qualcuno poteva eccepire all’interrogativo, con Trump è tutta un’altra cosa. La Turchia che gioca su più tavoli, flirta con Putin, fa melina con la Ue, usa metri e politiche diverse nell’esplosivo quadrante mediorientale in base alle esigenze del momento, è affidabile? La svolta autoritaria impaurisce davvero le pallide democrazie europee? Si teme veramente una deriva di sapore musulmano? Erdogan può diventare alla fine un nemico? La Turchia è militarmente fortissima, si colloca geograficamente in una situazione strategica, il sultano governa con il terrore ma il paese è diviso. Disco rosso per gli occidentali? Il Bosforo deve diventare off limits? Non si sa, non si capisce, al di là dei proclami bellicosi. E il povero Del Grande, che tutti a parole difendono e ammirano, si è andato ad infilare in una situazione più grande (bisticcio obbligato) di lui. Il pasticcio siriano era già un rompicapo per tutti, ora l’Italia è costretta a giocare un ruolo attivo, non più di timido spettatore

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