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In Italia da 15 a ventimila aborti clandestini. Ma solo 42 indagati

Rispondendo al question time di mercoledì scorso alla Camera sul fenomeno degli aborti clandestini e sul suo possibile collegamento con l’obiezione di coscienza, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha ricordato le stime sull’aborto clandestino in Italia: da 12 ai 15 mila casi di donne italiane, cui aggiungere dai 3 ai 5mila casi di donne straniere (dati 2012 dell’Iss). Gli interroganti al question time (23 parlamentari di Articolo 1- Mdp, il gruppo nato dalla scissione del PD) parlano nella loro interrogazione di una stima di aborti clandestini ancora più alta: 40/50 mila casi, aggiungendo a questi dati almeno un terzo degli aborti spontanei rilevati dall’Istat (sono stati 66.560 nel 2014) che sarebbero dovuti, dicono “ad interventi casalinghi finiti male”, ovvero altri 22 mila circa. Ma non è chiaro dalla lettura dell’interrogazione se questi siano da aggiungere o da considerare come quota parte di quei 40/50 mila casi stimati.Proprio in questi giorni il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha diramato la sua relazione al Parlamento sugli aspetti di sua competenza della legge 194 (vedi altro articolo) che, in tutto il 2016, registra 33 procedimenti penali per violazione dell’articolo 19 della legge 194 che vieta l’aborto al di fuori delle procedure autorizzate, con il coinvolgimento di 42 persone. Lo stesso ministero della Giustizia sottolinea come il numero molto basso di persone mediamente coinvolto nei procedimenti (1,4 di media per procedimento contro l’aborto clandestino) lasci intendere che “non sembra esistere un’abituale tendenza ad eseguire aborti clandestini in modo organizzato”. Può sembrare incredibile, in un Paese con l’aborto legalizzato dal 1978 quelle cifre fanno impressione. A chi si rivolgono per abortire quelle donne quando l’IVG è garantita e gratuita in tutto il Paese con annessa garanzia di anonimato?. Come è possibile che a fronte di tali stime l’attività delle autorità di polizia e la magistratura rilevino un così basso numero di procedimenti penali contro il reato di aborto clandestino?
Il ricorso all’aborto clandestino è strettamente connesso con i livelli alti di obiezione di coscienza che, scrivono nella loro interrogazione, hanno come conseguenza “che le donne respinte dalle istituzioni sono costrette a rivolgersi a chi pratica illegalmente l’aborto. Con grossi rischi per la salute e per la vita stessa delle donne”? Il ministero della Salute è di parere diverso. A livello nazionale il carico di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore è ormai di 1.6 aborti a settimana su 44 settimane lavorative, numero che risulta dimezzato rispetto alla media nazionale del 1983 quando il carico settimanale era di 3,3 aborti per ginecologo non obiettore; sempre a livello nazionale, aggiungono dal ministero, l’11% dei ginecologi non obiettori è assegnato ad altri servizi e non a quello di IVG: in questi casi, cioè, il numero dei non obiettori risulterebbe quindi addirittura superiore a quello necessario a rispondere adeguatamente alle richieste di IVG e, quindi, parte di questo personale viene assegnato ad altri servizi. In sintesi: per il ministero della Salute l’obiezione non rappresenta un ostacolo al diritto della donna di ottenere un’IVG quando lo richieda, anche perché i tempi di attesa per ottenerla dal Ssn, dicono ancora, sono in continua diminuzione: oggi il 65.3% di IVG è effettuato entro 14 giorni dal rilascio del certificato, e solo il 13.2% è effettuato oltre le tre settimane; sono tempi che includono la pausa dei sette giorni per “soprassedere”, prevista dalla legge.

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