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Barbarossa canta a Rebibbia per ricordare Pannella

Concerto del Primo Maggio Grande entusiasmo in platea aspettando l’inizio del concerto di Luca Barbarossa accompagnato dalla sua band. Il pubblico batte le mani e a gran voce ripete il suo nome: “Luca”, “Luca”. Il cantautore romano ricambia il saluto con un: “Ci ritroviamo”. E’ il palco del teatro del carcere di Rebibbia dove si farà musica in memoria di Marco Pannella, scomparso un anno fa. I trecentocinquanta posti sono tutti occupati soprattutto da detenuti. Ci sono anche i dirigenti del partito radicale, alcuni militanti, la direttrice del carcere Rosella Santoro, il capo del Dap Santi Consolo e gli agenti della Polizia Penitenziaria. Tutti insieme per ricordare il leader radicale nell’unico modo possibile: “proseguire le sue battaglie, mantenendo viva la sua immensa eredità politica” come scrive il ministro della Giustizia Andrea Orlando che non è presente, ma invia una lettera dove invita a “non smettere di confrontarci su quei temi importanti che attengono alla libertà e ai diritti, di cui Marco Pannella fu il miglior interprete”.

Nel nome dei diritti, e di quella “aspirazione alla libertà” “di cui Pannella non era mai sazio”, si snoda la serata. Sul fondo del palco alle spalle della band un primo piano gigantesco di Pannella con su scritto “Uno di noi”. Perché era così che si sentiva in quelle lunghe visite dietro le sbarre, a Pasqua, a Natale, in tutte le feste comandate. I detenuti lo ringraziano anche per questo, per il tanto tempo che ha trascorso con loro e salendo sul palco propongono di dedicargli l’area verde della casa circondariale. “Questa è stata casa sua, – spiega un recluso – con l’intitolazione rimarrà per sempre un segno di Pannella a Rebibbia”. Il capo del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Santi Consoli prende la parola e ricorda le tante alleanze fatte con “tutti i partiti per raggiungere quelli che erano i sui obiettivi”. “Lo faceva – ricorda – perché aveva una profonda fiducia nell’uomo, nella sua sensibilità”. Il concerto prende il via con la canzone “Roma sparita” e Luca Barbarossa assicura: “la scaletta è la stessa dentro e fuori il carcere, ma mentre canti in questo posto cambia il significato delle parole”. Ed è la canzone “Luce” ad aprire il primo varco: “i versi sembrano tagliati proprio su Pannella” fa notare il cantautore e li recita: “Non c’è voce che non sia la mia voce, ne’ ingiustizia di cui porto l’offesa, non c’è pace che non sia la mia pace e non c’è guerra che non abbia una scusa”. Il pubblico inconsueto, internazionale, eterogeneo, come lo sono gli ospiti degli istituti di pena italiani, apprezza e batte le mani. E anche chi non capisce bene le parole dei testi perché la lingua non è la sua, partecipa con entusiasmo: questo è comunque un giorno diverso dagli altri, una specie di festa. Luca Barbarossa riesce a mettere in gioco non solo le sue capacità professionali di persona abituata a cantare dal vivo, ma mette tutta l’umanità di chi da trent’anni, “da quando ho iniziato a suonare”, ha deciso che la musica è “condivisione”, che serve anche “a far stare bene”. Questo “è il senso del mio mestiere” racconta schivo: “Non importa se si suona in un’arena, un ospedale, in un centro sociale o in un carcere”, “non farei classifiche, esiste una sola categoria che è quella umana”.

“Quel muro che ci divide non esiste – tiene a precisare il suo pensiero – è una pellicola trasparente che chiunque può attraversare in qualsiasi momento. Si finisce dietro le sbarre perché si è nati in un posto sbagliato, in una famiglia sbagliata”. E di canzone in canzone si parla di futuro, di amore, di incontri, di affetti anche se per la maggior parte di questo pubblico gli affetti, se ci sono, non sono a portata di mano.

“Marco Pannella era una spina nelle nostre coscienze, radicali e non, tutti gli siamo debitori”, dice Barbarossa, sottolineando che lui non è mai stato radicale, ma ha condiviso tante battaglie pannelliane. “Aveva un orologio – aggiunge ridendo, sempre parlando del leader scomparso – che andava una decina di anni avanti rispetto agli altri e ha difeso diritti in periodi in cui sembrava anche impensabile difenderli. Il rapporto che ha creato con i detenuti e le strutture carcerarie è stato importante”. E sulle note di “Portami a ballare”, canzone dedicata alla mamma, il concerto finisce. “Rivediamoci presto, magari anche fuori” è il saluto del cantautore e scende dal palco a stringere le mani dei detenuti, sa che per loro ora si riapriranno le porte delle celle, il resto del pubblico andrà a casa: ciascuno torna al suo posto, al di qua o al di là del muro.

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