| categoria: sanità

PRONTO SOCCORSO/ Ogni giorno 3000 persone in attesa per un posto letto

di Gabriella Rocco
Ogni giorno circa 3.000 persone sostano in pronto soccorso, dopo aver ricevuto le cure necessarie in urgenza, in attesa di essere ricoverati in un altro reparto: è il segnale di un sistema in difficoltà, perché, a regime, quel numero dovrebbe avvicinarsi a zero. È quanto emerge dalla stima fatta da Simeu, Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, sulla base di una raccolta dati, il cui risultato viene diffuso in occasione della IV Settimana nazionale del Pronto Soccorso, che si tiene dal 13 al 21 maggio in tutte le principali città d’Italia. Anche quest’anno la manifestazione è organizzata in collaborazione con il Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, ormai partner consolidato di Simeu nel percorso di avvicinamento fra pazienti e professionisti sanitari per un pronto soccorso migliore, che è alla base della Settimana.
I dati. Per cercare di misurare il problema del sovraffollamento, di cui soffre l’emergenza sanitaria, Simeu ha promosso una raccolta dati, chiamata Prontosett, che ha coinvolto un campione 243 pronto soccorso su tutto il territorio nazionale. Il rilevamento è stato effettuato il 13 marzo 2017 alle ore 14 al fine di ottenere una fotografia istantanea della situazione dei pronto soccorso italiani in un qualsiasi lunedì dell’anno, non interessato da emergenze stagionali come l’epidemia influenzale o il caldo estivo. I 243 ospedali che hanno aderito all’iniziativa hanno accolto nel 2016 circa 11 milioni di pazienti, pari al 52% degli accessi di tutti i pronto soccorso italiani del 2015 dai dati del PNE 2015 del Ministero della Salute.
Alle ore 14 del 13 marzo erano presenti 9.043 pazienti dei quali 1.560, dopo aver ultimato il percorso clinico in urgenza, erano in attesa di posto letto per ricovero in ospedale. Da questi dati si può stimare che, al di fuori di eventi eccezionali stagionali, ogni giorno oltre 3000 pazienti attendono nei pronto soccorso un posto letto, attesa che può durare anche per diversi giorni e nella maggior parte dei casi su barelle. Dall’intervista, che ha coinvolto 64 DEA di secondo livello e 122 Dea di primo livello, emerge come la maggiore sofferenza è nei grandi ospedali metropolitani, quegli stessi ospedali che nei dati del Ministero della Salute (Piano Nazionale Esiti 2015) mostrano una permanenza in pronto soccorso oltre le 12 ore superiore al 10%.
Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, dichiara “Il pronto soccorso è l’unico presidio del SSN attivo h24 e sette giorni su sette, sempre pronto a rispondere al bisogno di salute della collettività, un servizio nel quale i cittadini ripongono molta fiducia nonostante in alcuni casi i disagi dovuti alle attese, un servizio che tra l’altro si fa carico ogni giorno anche di alcune inefficienze che esistono all’interno degli altri reparti ospedalieri e nei servizi sanitari territoriali. Il PS va sostenuto, rafforzato e migliorato garantendo l’attivazione in tutti i PS dell’Osservazione Breve Intensiva (OBI) con posti letto dedicati, ad oggi non attiva in molti PS, una migliore e più trasparente gestione dei posti letto degli altri reparti ospedalieri, una più attenta politica del personale e attraverso l’adozione da parte di tutte le strutture sanitarie della Carta dei Diritti al Pronto Soccorso di Cittadinanzattiva-TDM e Simeu”.
Le attese in barella nel Lazio . E’ il S. Andrea di Roma il pronto soccorso con la fetta più ampia di pazienti che devono aspettare a lungo. Con esso — anche se un po’ più indietro — risultano il San Filippo Neri, il Sant’Eugenio, il Sant’Eugenio, Tor Vergata e il Pertini: tutti nella capitale. Per dare un’idea, si tratta di strutture che hanno avuto all’incirca da 30mila a 50mila accessi totali in medicina d’urgenza.
D’altra parte possono esserci una serie di problemi a monte, e sui quali gli ospedali non hanno controllo: i flussi in ingresso, per citare un caso. In teoria il Pronto soccorso è un servizio riservato alle urgenze, ma i casi di pazienti che ne fanno uso per saltare le «normali» liste d’attesa sono tutt’altro che rari. Il personale disponibile nei reparti, poi, non sempre è adeguato alle necessità, e anche l’organizzazione interna del lavoro contribuisce a buoni — o cattivi, a seconda dei casi — risultati.
Molto dipende dalla natura dei pazienti stessi. Se per esempio quelli che vengono chiamati «codici bianchi» — ovvero pazienti meno urgenti — intralciano e appesantiscono inutilmente il lavoro, la velocità delle procedure può calare a svantaggio di tutti anche per chi avrebbe bisogno di cure rapide come i codici rossi.

Ti potrebbero interessare anche:

Manager della sanità troppo esposti alla politica, pochi Dg resistono fino a fine mandato
In ospedale zone 'senza strette di mano', meglio l'inchino
Una scuola per "supermanager" contro la corruzione
I farmacisti di Milano: il servizio cup non decolla perchè gli ospedali non danno le agende
Sciopero dei medici mercoledì, a rischio due milioni di visite e interventi
Via libera delle Regioni al Piano nazionale vaccini



wordpress stat